L’esordio a 11 anni

Un essere umano a undici anni è in quell’età di transizione che va dal “sei troppo piccolo per fare di testa tua” al “smettila di fare capricci, sei grande ormai”. La confusione regna sovrana, si approda alle Medie, dove ammettere di giocare con le Barbie e amare la matematica fa troppo da sfigati. Si inizia ad essere strafottenti, si risponde male a Mamma e Papà senza motivo, gli ormoni iniziano a lavorare ed è tutto un grosso, grossissimo casino.

Io da piccola mi tenevo impegnata tra un allenamento di ginnastica ritmica ed una lezione di chitarra. Nel tempo libero mi piaceva progettare ospedali, costruendo quelli che io definivo “mega cessi” utilizzando un gioco per PC chiamato Hospital. A fare da cornice, una forte passione per tutto ciò che comprendesse la parola “pane” e “formaggi”: ero una buona forchetta, e di certo la mia forma fisica lo dava a vedere.

In quegli anni la mia famiglia era nel pieno del dramma della malattia della mia nonna materna e del nonno paterno; la mia mamma si stava prendendo la sua rivincita, laureandosi; papà era sempre via per lavoro. Insomma, ci si doveva arrangiare e io sono cresciuta senza lamentarmi troppo e tentando di non chiedere aiuto a nessuno: finché potevo, era meglio risolvere i problemi da sola.

Io non sono una psicologa, ma credo che i bambini a quell’età raramente comunichino ai genitori tutte le proprie sensazioni, stati d’animo e malesseri. E’ il momento in cui si diventa grandi, in cui ce la si deve fare, in cui non ci si deve più far veder deboli. Allo stesso tempo non ci si rende realmente conto della gravità della sintomatologia a cui si va incontro. Alla fine, agli occhi di un bambino di prima media, esiste solo il mal di pancia che consente di evitarsi la verifica di matematica.

Io stavo male da mesi

Un malessere che andava e veniva: ero sempre stanca, a scuola ero disattenta. Non riuscivo a suonare la chitarra per più di quindici minuti e a ginnastica non riuscivo più a saltare. Questo mi costava continui rimproveri, tant’è che decisi di non fare più sport. Era Aprile 2002, e io stavo già male da molto tempo.

La mia mamma non sapeva quante volte mi dovevo fermare per poter salire le scale e andare a dormire, non glielo dicevo: sembrava qualcuno mi trafiggesse le gambe dal dolore che sentivo.

Era il secondo semestre della prima media, le mie compagne iniziavano a mostrare interesse verso i maschietti della classe, ed io iniziai a perdere peso. In pochi mesi persi più di 12kg, ma nessuno se ne preoccupò più di tanto: evidentemente mi stavo trasformando in una giovane adolescente, e i kg di troppo accumulati durante l’infanzia andavano smaltiti.

Arriviamo a Giugno, e io continuavo ad avvertire che qualcosa non andava ma, di nuovo: stavo solo entrando nella pre-adolescenza, rompevano tutti le scatole e tutti erano indisponenti, ero una normalissima ragazzina di 11 anni. Era arrivato anche il caldo: un caldo atroce nella pianura padana, non si respira se non si posseggono branchie. Io, oltre a dimagrire a vista d’occhio e ad avere male alle gambe, bevevo. Bevevo moltissimo, di continuo. Un giorno il professore di Matematica mi sgridò perchè alla prima ora avevo già finito due bottigliette di acqua: ma che potevo farci, se c’era caldo?

Più bevevo e più andavo in bagno: ricordo che i miei genitori lo reputarono quasi come una buona cosa, visto che da piccola di sicuro amavo mangiare, ma per farmi bere un bicchiere d’acqua dovevano rincorrermi. 

Perdita di peso, stanchezza, sete, tanta pipì, malumore, dolore agli arti.

Era ormai estate ed io ero sempre più stanca e magra. Mi sentivo un po’ stordita a dirla tutta, l’attenzione vacillava, tutto sembrava molto complicato. Io chiedevo sempre più spesso della Coca-Cola (vietatissima a casa mia, ma alla fine Mamma cedette ed iniziò a comprarla). Sentivo perennemente la sensazione di un uovo in gola, faticavo a deglutire: il medico di base però non riscontrò nulla di strano, ogni volta era la stessa storia.
Ero un’adolescente che si lamentava.

Roma, Settembre 2002: manifestazione per non mi ricordo che cosa. Faceva ancora molto caldo, e noi camminammo tutto il giorno. Io ero in compagnia di Anna ed Ilaria, più piccole di me e molto più in forze. Ricordo il dolore ad ogni passo, la stanchezza, io che mi lamentavo perchè non ne potevo più. Il giorno dopo andammo a visitare Villa Adriana: zero interesse, nulla mi dava sollievo, avevo continuamente bisogno di sedermi.
I miei genitori non capivano perchè mi comportassi in quel modo, non capivano cosa ci fosse di strano in me: non mi ero mai lamentata prima d’ora in vacanza.

Io stavo malissimo, ma non riuscivo a dirlo. 

Era un Lunedì di Ottobre del 2002, io avevo passato la notte a vomitare, e la mia mamma per fortuna non si fidò del medico di base che, anche in quell’occasione, sosteneva fosse tutto normale. Io ero arrabbiata perchè mi persi la verifica di matematica, e sarebbe stato un gran casino recuperare il voto. 

Arrivammo in ospedale e il mio pediatra capì immediatamente cosa avevo, annusandomi: puzzavo di chetoni.

Di quei giorni ho molti ricordi, tra i più nitidi il mio papà che abbraccia mamma, in lacrime; un medico che mi mostra una siringa e un bussolotto contente un liquido trasparente; la frase “d’ora in poi per mangiare devi farti delle punture di questo, altrimenti potresti morire”; io che mi lamentavo perchè il sabato successivo si sarebbe svolta la festa di compleanno di Sara, la sua nonna faceva un Tiramisù da paura e questi mi stavano dicendo che non avrei mai più potuto mangiare un dolce in vita mia. 

Il primo periodo, tutto sommato, non fu duro. Mi lamentavo raramente, avevo semplicemente preso la malattia come un dato di fatto. All’epoca, ricordo, nei supermercati non si trovava quasi nulla, quindi i primi anni furono di restrizione totale: no cioccolata, un pezzettino di dolce ogni tre mesi (in corrispondenza della glicata, che era sempre ottima), raramente lacrime; grazie alle cure amorevoli dei miei genitori mi comportavo come un piccolo soldatino. 

Gli anni peggiori furono quelli dell’adolescenza vera e propria, fino ai primi anni di Università: la terapia era diventata sicuramente più semplice, grazie all’uso di penne e all’introduzione nella terapia dell’insulina basale. Ho passato in quel periodo gli anni del menefreghismo totale e del distacco: pochi controlli, cibo a caso, ogni volta che qualcuno provava a dirmi qualcosa rispondevo male. Semplicemente avevo altro a cui pensare e non mi importava del mio diabete. Quelli furono gli anni delle glicate dai 7.5 agli 8, ed ogni volta mi sentivo tremendamente in colpa, ma facevo comunque finta di niente.
Tutto questo, però, ve lo racconterò un’altra volta. 

Con gli anni capii che quel lunedì mattina io feci la verifica di matematica più difficile di sempre, una verifica che ancora oggi faccio costantemente. Capii anche che nella moltitudine di cose che vennero dette a me ed ai miei genitori, una di sicuro era sbagliata: io di dolci in questi anni ne ho mangiati più di uno.

Col senno di poi avremmo potuto accorgerci molti mesi prima di quanto mi stesse succedendo: se solo io avessi parlato di più; se solo ci fosse stata più informazione; se solo il medico di base avesse richiesto degli esami del sangue; se solo non avessi avuto 11 anni ma un’altra età. 

Mi rivolgo però a tutti i genitori non-t3 (non parenti di paziente diabetico, ndr): se i vostri bimbi, o i bimbi di un vostro conoscente, riportano questi sintomi, pretendete una visita e degli esami del sangue. Un bambino raramente si lamenterà di bere troppo, o di essere stanco, o di non essere in grado di fare i compiti.

3 pensieri riguardo “L’esordio a 11 anni”

  1. Mi hai commossa, mi dispiace per quello che hai passato, non è giusto, ma sono sicura che tutto questo ti ha portata ad essere una persona migliore. Io sono stata più fortunata, avevo 3 anni e non ricordo il passaggio da “normale” a diabetica, ma 11 anni è un’età troppo difficile per una trasformazione così profonda. Fanne tesoro, sei troppo forte e hai tutta la mia stima, e te lo dico da diabetica e da mamma. Si fiera di te e pensa che tutti abbiamo avuto periodi di “disinteresse”…pensa che io ho sofferto di bulimia per tre anni…immagina le mie glicate… non pensare al passato, hai un futuro lunghissimo davanti a te!

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    1. Ciao Simona e grazie per queste belle parole! Non so se ci sia un meglio o un peggio, di sicuro entrambe saremmo state meglio senza 🙂 credo che tutto insegni in ogni caso, anche se ci son cose che fanno più male di altre. Ti mando un abbraccio enorme, rimandando a te queste parole forti e vere, nella speranza che quell’altro brutto mostro non ti tormenti mai più! Un bacio

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  2. Leggendo questo articolo non ho potuto fare altro che piangere! Una storia così forte! Ho rivisto Il mio bambino di 11 anni esordio il 24 dicembre 2019.
    10 kg in 20 giorni……tanta stanchezza e nervosismo.Mi si spezza il cuore.Ma siamo forti …poteva morire.Oggi sorride è spensierato e ha capito che la sua vita è cambiata …anche la nostra ma sono contenta che quella mattina della vigilia di Natale il l mio sesto senso ci porto al la labofatorio analisi.Grazie per questi post mi sono d’aiuto.Mi danno forza e coraggio.Grazie

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