Che cos’è la glicata e come si misura

HbA1C: che cos'è la glicata e come si misura

Ho capito l’importanza dei numeri soltanto una volta entrato nel mondo del lavoro. Prima di allora, per me i numeri erano qualcosa di talmente astratto ed apparentemente scollegato dalla realtà, che facevo fatica a comprendere la loro reale utilità. Studiavo la matematica e la statistica, e mi domandavo se mai quelle formule illeggibili e cervellotiche mi sarebbero servite.

Con questi presupposti, l’idea di poter collegare un numero ad uno stato d’animo era per me davvero impensabile. Gli unici numeri che mi emozionavano (nel bene o nel male) erano i voti di scuola: interrogazioni, compiti in classe, esami. Ma anche in questo caso, tutto sommato non reputavo quei voti davvero decisivi per la costruzione del mio progetto di vita.

Quando ho iniziato a lavorare tuttavia, ho capito che il fascino di un numero deriva dal lavoro che c’è dietro la sua costruzione. Il numero, o se vogliamo il risultato, è il frutto del mix di diversi fattori: processi, procedure, strumenti, persone, ragionamenti, intuizioni, previsioni, idee, stati d’animo, scelte, motivazione, determinazione e chissà quanti altri.
Il numero è ciò per cui la mattina ci alziamo carichi, o magari ansiosi, quando ci mancano le certezze. Il numero è ciò per cui perdiamo il sonno, ma anche ciò per cui la sera ci addormentiamo sopra il piatto, sfiniti. Il numero è ciò che ci spinge oltre i nostri limiti. Ditemi voi se tutto questo non è affascinante!

Per un diabetico IL numero per eccellenza è, senza dubbio, la cosiddetta glicata.

Che cos’è la glicata?

Glicata è l’abbreziazione di Emoglobina Glicosilata. Andiamo con ordine: l’emoglobina è una proteina presente sulla superficie dei globuli rossi, che ha la funzione di trasportare ossigeno ai tessuti ed agli organi, per mezzo della circolazione sanguigna.

Nel sangue, il 90% dell’emoglobina è costituita dall’emoglobina A (HbA). Esiste anche l’emoglobina A2, ma non è rilevante in quest’ambito.
L’emoglobina A è costituita da due catene di amminoacidi: alfa e beta. Il glucosio presente nel sangue si lega in una piccola percentuale all’emoglobina beta, dando vita all’emoglobina glicata (HbA1c).

Questa nuovo proteina è più ingombrante e lenta della sua sorella “senza zucchero”, con conseguente minore ossigenazione di organi e tessuti. Il legame tra emoglobina e glucosio è irreversibile: dura per tutta la vita del globulo rosso, ossia dai 90 ai 120 giorni.

E’ per questo che la glicata viene considerata un valore indicativo della glicemia media degli ultimi 2-3 mesi. Più la glicemia è stata alta, e più la percentuale di emoglobina glicata sarà alta. Più la glicemia è stata bassa, e più la percentuale di glicata sarà bassa.

I valori di riferimento

L’emoglobina glicata può essere espressa in percentuale (quantità di emoglobina glicata sull’emoglobina totale) o in mmol/l (millimoli per litro). Questo secondo metodo andrà gradualmente a sostituire il primo, perché approvato anche dal Sistema Internazionale delle Unità di Misura. La tabella sottostante indica i valori di riferimento della glicata.

%mmol/l
fino al 5%fino a 32 mmolsoggetto non diabetico
tra il 5 ed il 7%tra 32 e 53 mmolsoggetto diabetico con buon controllo glicemico
oltre il 7%oltre 53 mmolalto rischio di complicanze diabetiche
Valori di riferimento dell’emoglobina glicosilata in % e mmol

I limiti della glicata

Per conoscere il valore della glicata è necessario un semplice prelievo del sangue. La cadenza dell’esame dovrebbe essere trimestrale, per la natura stessa di ciò che si va a misurare.

Dirlo è semplice, ma l’impatto psicologico è molto più impegnativo. Ogni diabetico sa quanti sforzi ci siano dietro la sua glicata, proprio come ho scritto a inizio articolo: mesi e mesi a rincorrere quel maledetto numero. Ma in questo modo, si corre il rischio di esporsi ad un eccessivo stress da glicata, che può rivelarsi controproducente.

La “glicata ad ogni costo” non è mai una buona cosa, perché può portare a scelte terapeutiche sbagliate e potenzialmente pericolose, oltre che poco salutari (fare più insulina del necessario, così è sicuro che non vado in iperglicemia. Tanto se vado in ipo poi mangio qualcosa).

E’ necessario andare oltre questo valore, che non è più l’unico ed inequivocabile indicatore che determina se un diabetico stia lavorando bene o debba migliorare.

Il time in range

Il grande limite della glicata è che essa esprime solo il valore medio della glicemia degli ultimi 3 mesi ma non le sue oscillazioni.

Ciò significa che si può arrivare ad avere un bellissimo 5,6% avendo piccole oscillazioni tra i 70 ed i 140 mg/dl o, al contrario, avendo frequenti ipoglicemie per correggere importanti picchi glicemici.

La glicata non ci dice come si è arrivati al risultato, ci dice solo se ci siamo arrivati oppure no. Ma non tutte le strade sono buone. Per ridurre ed allontanare nel tempo i rischi di complicanze diabetiche e ridurre lo stress mentale, è preferibile avere una glicemia più stabile anche se con una glicata più alta, piuttosto che avere forti oscillazioni glicemiche, ma con una glicata più bassa.

I moderni sistemi di monitoraggio glicemico FGM e CGM (di cui abbiamo già parlato qui e qui), oltre ad aver avuto un impatto positivo sul controllo dei livelli di glucosio nel sangue, stanno rivoluzionando anche il loro sistema di valutazione.

Essi raccolgono, infatti, una quantità di dati senza precedenti, che consentono l’estrapolazione di innumerevoli statistiche. Tra di esse, una delle più importanti è il Time In Range (TIR), ovvero la percentuale di tempo in cui il glucosio del soggetto che indossa il sensore si trova nell’intervallo ottimale. Ecco che in questo modo viene colmato il vuoto informativo lasciato dall’emoglobina glicata.

Questo sistema di valutazione è ancora giovane, così come lo sono i sensori che raccolgono i dati, ma nel febbraio 2019 l’American Diabetes Association ha reso noti i parametri di riferimento per le persone con diabete di tipo 1 e 2, per i pazienti “fragili” (anziani e/o a rischio ipoglicemia) e per le donne in gravidanza con diabete di tipo 1. Eccoli di seguito:

Persone con diabete di tipo 1 e 2:

● >70% delle misurazioni nell’intervallo compreso tra 70 e 180 mg/dl
● <4% delle misurazioni <70 mg/dl
● <1% delle misurazioni <54 mg/dl
● <25% delle misurazioni >180 mg/dl
● <5% delle misurazioni >250 mg/dl

Per le persone di età inferiore ai 25 anni, con target di glicata inferiore al 7,5%, il target dei valori tra 70 e 180 è del 60% delle misurazioni.

Persone in età avanzata e/o “fragili” (ipoglicemie inavvertite, disturbi cognitivi, comorbilità):

● >50% delle misurazioni tra 70 e 180 mg/dl
● <1% delle misurazioni <70 mg/dl
● <10% delle misurazioni >250 mg/dl

Donne in gravidanza con diabete di tipo 1:

● >70% delle misurazioni tra 63 e 140 mg/dl
● <4% delle misurazioni <63 mg/dl
● <1% delle misurazioni <54 mg/dl
● <25% delle misurazioni >140 mg/dl

Da un punto di vista concettuale, il concetto di TIR appare meno soffocante di quello di glicata, perché tutto sommato offre margini di recupero in caso di valori fuori range. Inoltre, esso è facilmente misurabile e quindi controllabile.

Possiamo lavorare giorno per giorno sul nostro time in range. Se il nostro sensore è dotato di allarme, avremo un’arma in più per riportare la glicemia sui binari giusti, a qualsiasi ora del giorno e della notte.

Il concetto di TIR ci aiuta a distogliere l’attenzione dal risultato finale delle nostre azioni – la glicata – per concentrarci sulle azioni stesse. Ci rende più orientati al processo piuttosto che al risultato, favorendo scelte più salutari per noi stessi, e uno stile di vita sempre più simile a quello dei normoglicemici.

E la glicata? Facciamo attenzione al time in range, ed essa arriverà da sé!

Link utili:

In inglese:
No Benefit Found for HbA1c Below 6.5% in Type 1 Diabetes, Medscape.
Going Beyond A1c – One Outcome Can’t Do It All, Diatribe Learn.

In italiano:
Diabete tipo 1: facciamo molto, ma non ancora abbastanza, Diabetes Research Institute.

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