Italia e Spagna: vivere col diabete durante il corona virus

Un articolo in collaborazione con diabefem.com

Questo articolo è nato da una collaborazione con il blog spagnolo diabefem.it. Quando abbiamo capito che l’emergenza non riguardava più l’Italia ma anche tanti altri paesi Europei, abbiamo pensato che potesse essere interessante condividere le nostre storie di quarantena. Eccoci qui, dunque, a casa e con la voglia di raccontare come stiamo vivendo questo periodo.

You can read the english version of this article at page 2, and the spanish version here on http://www.diabefem.com.

Iris

Mio cognato lavora come corrispondente estero a Pechino. Non è potuto tornare a casa per le vacanze di Natale e, per questo motivo, era qui [in Spagna n.d.r.] durante il Capodanno cinese e, quando ha lasciato Madrid alla fine di Gennaio, eravamo tutti molto preoccupati per lui. Ora è lui ad essere preoccupato per noi. E ha ragione di esserlo.
L’acronimo FOMO (fear of missing out, timore di esser tagliati fuori) è palpabile in questi giorni. 
Siamo passati dal cercare mille cose da fare durante la quarantena, ad avere fin troppe attività online da seguire. Informazioni, live su instragram, sport da guardare e fare a casa, lavoro. Penso sia importante che la nostra sanità mentale (e la salute) diventi una priorità. 
Amati, ascoltati, prenditi cura di te stess* e delle persone che ti circondano, permettiti di non fare nulla alle volte, distogli l’attenzione dal notiziario, pensa ai cambiamenti positivi che avverranno nella nostra società. Disegna una routine, vivi sul momento e medita, trai beneficio dalle piccole cose. La gioia di essere tagliati fuori (JOMO) a volte è necessaria. 
Essendo io un paziente con diabete di tipo uno, tra le cose di cui certo di occuparmi in questi giorni c’è sicuramente prendermi cura della mia malattia, facendo yoga e qualche allenamento casalingo: so che stress ed ansia potrebbero indurre la mia glicemia a far su e giù.
La mia routine durante questi giorni è pressoché questa: lavoro da casa, mi alleno e pratico yoga, faccio le cose che amo ogni giorno, come coccolare i miei gatti e restare in contatto con famiglia ed amici, anche a distanza. Non vedo l’ora di poterli riabbracciare tutti.  

Laura

Due mesi fa i miei medici mi hanno cambiato il trattamento di immunosoppressione e mi hanno ricordato di nuovo che come paziente a rischio devo stare molto attenta, poi ché sono particolarmente a rischio in caso di infezione respiratoria.
Stavo seguendo le notizie che avvertivano di ciò che stava per arrivare in Spagna, anche se tutti le hanno sottovalutate, ho sempre tenuto presente che dovevo prendermi cura di me stessa due volte. Nonostante il significativo aumento dei casi nella città in cui vivo, Madrid, hanno sospeso le lezioni troppo tardi. Al mio lavoro ci è stato permesso di fermarmi due giorni dopo, senza avere la possibilità di lavorare da casa.
Certo, ho paura di questa situazione e non solo per me stessa, ma per i dottori che conosco e per i quali il mio cuore si stringe quotidianamente a causa della situazione in cui vivono e mi si accapona la pelle se penso al loro coraggio. Prima di tutto questo ero molto attiva e uscivo a correre per almeno un’ora. Lo sport mi aiuta a schiarirmi le idee. Sento che dovrei gestire questa situazione meglio, ma comprensibilmente la paura mi blocca. Ci sto lavorando.
Penso che l’obiettivo sia seguire le raccomandazioni, cercare di essere presenti, ascoltare ciò che sentiamo, prenderci cura della relazione con le persone che amiamo (anche se sono lontane) e continuare a mantenere, per quanto possibile, la nostra routine. Tutto andrà bene.

Elena

Mi chiamo Elena ed ho 36 anni. Vivo con il diabete di tipo 1 da quando avevo 17 anni e fino ad ora non ho mai avuto paura della mia vit, di quella della mia famiglia, dei miei amici. Mi sono presa molta cura di me stessa e sono stata a casa per una settimana. Sono uscita solo un giorno per fare la spesa e due giorni per vedere mio padre che vive da solo con il nostro cane da quando mia madre è morta un anno fa. Sono andata a dare il cibo fatto in casa a mio padre, ma non li vedo da giorni per evitare i rischi.
Cerco di non pensare che i miei cari o me stessa potremmo essere in ospedale tra pochi giorni. Là fuori, ci sono persone che per vocazione dedicano la propria vita a prendersi cura degli altri. Persone che fanno parte del personale sanitario come mia sorella, mio fratello, le mie cognate, mia cugina (che è una medica ed è stata infettata). Persone come il mio fidanzato, che vive in un’altra città, con malattie croniche e che devono andare a lavorare ogni giorno perché la sua professione è legata ad attività essenziali.
Mi mancano e non so se potrò vederli di nuovo quando tutto questo finirà. Questi giorni sono difficili, non possiamo vederci o abbracciarci e spero che questo incubo finisca presto.
#iostoacasa per evitare il più possibile l’infezione ed evitare di saturare gli ospedali dove molte persone devono essere ricoverate e curate il più possibile, dove non ci sono più letti o respiratori e la situazione è molto complicata.
Forza, tanta forza!Grazie a tutti voi che continuate a lavorare in questi giorni in modo che possiamo continuare a coprire le esigenze di base!Lunga vita alla salute pubblica e lunga vita alle brave persone che aiutano così tanto gli altri!

Michela

Quando tutto è iniziato sono comparse le mascherine. Ho iniziato ad avere i primi segnali dalla loro comparsa sul treno, al supermercato, per strada.
Non mi sono preoccupata, all’inizio. Ho seguito le indicazioni, non ho mai dimenticato di mantenere le distanze, di lavarmi le mani, di disinfettare telefono e microinfusore.
La sera prima che Milano diventasse zona rossa, ero a casa di Francesca. Abbiamo cenato, abbiamo bevuto, ma mai avremmo pensato che sarebbero passati mesi prima di rifarlo.
Era il 26 Febbraio. Da quel giorno ho continuato a svegliarmi presto, fare yoga ogni mattina, meditare, lavorare per otto ore, cucinare. La mia mente però è sempre lì: ai 900 chilometri che mi separano da mia madre, al non poter vedere il mare chissà per quanto tempo, al non riuscire a immaginare come potrà essere domani.
Le mie giornate si dividono tra le glicemie alte, il dolcetto a fine pasto, la maschera per il viso, il dopo cena dedicato alla scrittura. Se dovessi scegliere un risvolto positivo di tutta questa faccenda, sicuramente sarebbe questo: essere riuscita nuovamente in un momento di difficoltà a navigare e a rimettere in prospettiva tante cose. Anche in questa situazione di difficoltà credo fortemente che possiamo imparare tanto, di noi stessi e del mondo che ci circonda.

Francesca

Ricordo il giorno del primo caso di Codogno: era un Venerdì, io ero a Bologna con una collega. Credevo, come tanti, fosse solo una brutta influenza. Si parlava solo di lui, del virus, ma ancora ci si poteva abbracciare.
Non vado al lavoro da martedì 25 Febbraio: da paziente a rischio sarebbe stato impensabile mettere piede al San Raffaele per continuare i miei esperimenti. Da allora ho perso la cognizione del tempo: ogni giorno è uguale, le ore scandite dal rumore delle ambulanze là fuori.
Ho paura? Si, molta. Ho paura non solo per me o per i miei cari, ho paura per il paese, ho paura del dopo.
Cerco di darmi dei ritmi normali per sopravvivere: mi alzo più o meno alla stessa ora di prima, faccio colazione con il mio fidanzato e si inizia a lavorare. Pausa pranzo, poi si torna con il viso fisso sul pc.
Le mie giornate si alternano tra lavoro, cucina, playstation e sport. Uscire e muovermi è la cosa che mi manca di più, dopo il rapporto umano. L’attività aerobica è diventata fare su e giù per le scale, e abbino poi un’oretta di esercizi a corpo libero o con qualche peso improvvisato. Non tutti i giorni sono semplici, ma credo a noi sia richiesto nulla in confronto a chi questo dramma lo sta vivendo ogni giorno in ospedale. 

Michele

Tutto avrei pensato, fuorché di vedere il Mondo in questa condizione. A livello personale, il 2020 era l’anno della mia vita più pianificato in assoluto: viaggi, maratone, progetti….tutto da ripianificare.
Sono ormai al decimo giorno chiuso in casa. L’unico “sgarro” che mi concedo è andare a correre: da solo, la mattina alle 6, per un’oretta, un giorno sì ed un giorno no. Nel giorno no, mi aggrego a mia moglie Nadia che pratica il famoso BBG di Kayla Itsines.
Il mio lavoro non è adatto allo smart working. Gestisco le mail e le eventuali emergenze e priorità, o meglio, cerco di farlo, dividendomi tra lavoro e due bambini: Emma e Andrea. Gestirli durante queste giornate è molto impegnativo, psicologicamente e fisicamente! L’apice della giornata è quando Emma, Andrea e la mia glicemia fanno i capricci nello stesso momento: un’esperienza adrenalinica che prima o poi tutti dovrebbero provare.
Nonostante la situazione cerco di fare attività fisica, per due motivi: prima di tutto perché a casa si mangia di più, per noia. Poi, perché l’attività fisica scarica la mente dallo stress.
Così le mie giornate scorrono tra disegni, Lego, pannolini, capricci, abbracci, baci, calici di vino, caminetto acceso, esperimenti culinari, qualche strillo, e la certezza che quando tutto ciò sarà passato, questi giorni ci mancheranno.

Alessandra

A Dicembre 2019 pensai che avrei compiuto gli anni in una data dalla sonorità singolare: 20 Marzo 2020. 30 anni. Mi hanno sempre incuriosita le affinità tra numeri ed eventi.
Quando il 26 Febbraio ho misurato la febbre avevo 38.5°C. I TG nazionali annunciavano l’arrivo di un virus mortale dalla Cina che porta mio cognome: Corona. “Ho paura”, pensai. A Febbraio in Sardegna non era stato registrato ancora nessun contagio, ma chiamai comunque il numero d’emergenza e chiesi che cosa dovevo fare.
Mi dissero che avevo una normale influenza, di contattare il mio medico di base e di restare a casa in malattia dal lavoro.
La mia quarantena è iniziata il 26 Febbraio e non è più finita. Quando guarii dall’influenza era appena entrato in vigore il Decreto #iorestoacasa. Ecco svelata la più orrenda combinazione tra numeri ed eventi.
Alimentazione sana, sport e idratazione sono i punti fermi per la gestione del mio diabete assieme al rispetto delle regole per la tutela di me stessa e dei miei cari. Emotivamente mi sento come un rubinetto rotto: le gocce che cadono sono lacrime per le vittime, e lacrime di commozione quando riecheggia il va pensiero cantato dalle genti alle finestre. “Andrà tutto bene”. Lo sento. 20 Marzo 2020. Trent’anni, in quarantena. Con me, solo mia mamma. Con me, tramite la tecnologia, la famiglia ed i miei amici. Ho tutto l’affetto di questo mondo.


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