Il diabete al Liceo

Parto scusandomi con voi tutti, amici miei. Per questo articolo, lo so già, proverò un certo senso di vergogna. Sarà un articolo di ammissione di colpa, un articolo in cui vi parlerò di cosa non si dovrebbe fare a 15-16 anni, con il diabete di tipo 1.

Eravamo rimasti al mio esordio: seconda media, io ancora molto ligia alle regole, a me ed ai miei genitori non avevano insegnato la conta dei carboidrati. Mamma, nonostante il suo lavoro, le ore all’Università e nonna con la sua malattia, si faceva più e più volte alla settimana mezz’ora di auto per andare all’unico negozio biologico ad acquistarmi prodotti senza zuccheri aggiunti – già, al supermercato non si trovava ancora quasi nulla. Io semplicemente mangiavo ciò che mia madre decideva io dovessi mangiare, almeno per i primi anni.
Giusto qualche giorno fa, durante le pulizie da quarantena, ho ritrovato le indicazioni dietetiche che mi avevano dato da seguire nel 2002: vietato mangiare qualsiasi tipo di prodotto con zucchero, vietati biscotti, vietata frutta secca, vietati succhi di frutta, vietata pizza, vietati dolci, vietato tutto.

Per le merende i diabetologi del tempo mi consigliavano frutta o crackers (pensate un po’) ma, non avendo un sensore, finivo per dovermi bucare troppe volte le dita, quindi mi auto-imposi di non fare lo spuntino a metà mattina: sbagliatissimo, ma se c’è una cosa che odio è dover correggere con altre iniezioni (motivo per cui ho recentemente chiesto di essere inserita in lista d’attesa per il microinfusore). Per ovviare a questo problema, personalmente preferisco mangiare e poi fare attività fisica (anche una passeggiata mi basta per tenere a bada la glicemia), ma questa è una cosa che va assolutamente adattata al singolo paziente quindi, per i ragazzi che ci leggono: non fate di testa vostra e chiedete al vostro medico curante di aiutarvi nell’incastrare bolo e spuntino. Non restate con la fame o con la glicemia alta, non fate come la Fra a quindici anni!

I primi anni di diabete tutto sommato non furono complicati, nemmeno nella gestione a scuola. Al massimo, il problema degli anni delle Medie era spiegare ai miei coetanei che no, non era una malattia che potevo trasmettere solo respirando e, ancora, no, quel ragazzino in IIIB non si era ammalato per colpa mia.

A dire la verità i miei ricordi non sono completamente lucidi; dai 14/15 anni in poi, infatti, ho semplicemente tenuto il diabete con me senza dargli importanza.

Di questo me ne rammarico, perchè so che i miei comportamenti potranno avere ripercussioni.

Durante l’adolescenza semplicemente agivo in modo ripetitivo. Sapevo cosa più o meno potevo mangiare, non contavo carboidrati, facevo pochissime glicemie: l’unica che mi imponevo di fare era quella della mattina. Su questo purtroppo non scherzo: una glicemia al giorno, unità fisse ad ogni pasto, per fortuna ho sempre avuto sintomi chiari e definiti per ipo- e iperglicemie che mi aiutavano più o meno a prendere decisioni. 

Ai miei genitori rispondevo per lo più male quando mi chiedevano di star più attenta, mi infuriavo sostenendo loro non capissero. Anche di questo provo molta vergogna. 

La scuola iniziava a rappresentare un impegno sempre maggiore: iniziato il Liceo, infatti, abbandonai i corsi di chitarra e cambiai sport, un anno dopo l’altro. Ero concentrata nello studio e nell’uscire con gli amici, mi muovevo poco regolarmente, alternavo periodi di fissazione con il cibo (in cui le glicemie tutto sommato erano controllate, perchè mangiavo letteralmente sempre le stesse cose e facevo sempre la stessa dose di insulina), a momenti in cui perdevo il controllo e le merende duravano ore. 

Quei momenti erano i peggiori: io che non avevo voglia di pensare di essere diabetica e semplicemente aprivo il frigo, fino a quando mi rendevo conto che forse era il caso di fare insulina e…andavo a caso.
In realtà le glicate non erano così male, ma le mie frequenti ipo notturne erano certamente da imputare come responsabili.

Ogni tre mesi la visita diabetologica, con la mia diabetologa e mia madre che provavano a farmi essere più attenta. Terminavano tutte più o meno allo stesso modo: fai più glicemie, non mangiar fuori pasto senza insulina, fai sport.

E ricominciava tutto da capo.

A scuola non ricordo troppi episodi in cui il diabete mi abbia ostacolata in modo evidente. Come detto prima, non ero un’abitudinaria dello spuntino, anche se ogni tanto mi concedevo una cioccolata alla macchinetta del caffè..ma avevo imparato che dovevo fare un’unità di Humalog, se proprio mi ricordavo di portare la penna a scuola, altrimenti stavo senza.

Non ho mai finto un’ipo o iperglicemia per evitarmi interrogazioni e compiti scritti – anzi, probabilmente per il mio essere un po’ orso e tenermi i problemi ne ho fatte più di una in quelle condizioni, senza dir nulla a nessuno.

Gli unici episodi legati alla scuola e diabete che ricordo sono due: il primo giorno di prima Liceo, io tranquilla a dire a tutti i miei compagni del diabete e di cosa fare in caso svenissi. Il professore di ginnastica mi sente, si avvicina e, in modo quasi minaccioso, mi dice che era una cosa di cui vergognarsi e non gli sembrava il caso io la sbandierassi ai quattro venti.

Domandatevi perchè l’ho sempre disprezzato.

Altro episodio sicuramente da ricordare è successo in quarta superiore, gita a Praga. La Mara, santa donna, mi aveva pregata di portare Lantus e Humalog di ricambio che “non si sa mai si rompano”. Io, diciassettenne incazzata e strafottente, le risposi con un “ma figurati se si rompe, in cinque anni mai successo”.
Scenario talmente impossibile che la prima sera vado per farmi la basale, ore 02.30, e scopro che la fiala è completamente disintegrata. Panico totale per i primi cinque minuti, compagne che suggeriscono di berla, amici che non sanno come rivolgermi la parola perchè evidentemente non ero proprio in me.
In quel momento non so se a darmi più fastidio sia stato non aver ascoltato mia madre – e doverle dare ragione – o scomodare il primario di diabetologia nel bel mezzo della notte per chiedere come avrei potuto vivere i tre giorni successivi senza basale in circolo.

Non so se tra voi ci sia qualche adolescente che si può rivedere nelle mie parole;
non so se ci sia qualche amico un po’ più grande che ancora non ha voglia di accettare;
non so se ci siano genitori preoccupati per il futuro dei propri bimbi.

Non sono, credo, la persona più indicata nel dire a nessuno come comportarsi e, soprattutto, non ho nessuna verità in tasca né potrei dirvi quale sia il modo migliore per far coesistere adolescenza e diabete.

Credo però che ora, grazie al controllo personalizzato della malattia, dovuto all’essere costretti ad imparare in prima persona come gestirci al meglio utilizzando sensori e CGM, possa essere più semplice anche conciliare diabete e adolescenza. 

In conclusione vorrei fare un appello a tutti i ragazzi adolescenti che ci leggono: non vergognatevi mai del vostro diabete, parlatene apertamente e non permettete a nessuno di farvi sentire diversi. Parlate con il vostro diabetologo dei vostri dubbi e problemi nella gestione della terapia, fatevi aiutare e chiedete consigli. Conoscete nuove persone, persone con diabete come voi, e condividete: potreste scoprire anche dei lati positivi nella malattia (si, lo so, sembra impossibile, ma senza di lui io non avrei mai incontrato alcuni dei miei più cari amici…!)

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