Recensione di tipo 1: Mastering diabetes

Il libro che propone un metodo per migliorare l’insulino resistenza nel diabete

Se avete il diabete e un profilo su Instagram, sicuramente vi sarete imbattuti in questa copertina: si tratta di un libro uscito negli Stati Uniti lo scorso Febbraio, Mastering Diabetes: The revolutionary Method to reverse Insulin Resistance Permanently. Gli autori sono due diabetici di tipo 1, Cyrus Khambatta, PhD in nutitional biochemistry e Robby Barbaro, che forse avrete già sentito per il sito Forks over Knives.

Incuriosita dal fatto che tantissimi lo stessero consigliando come il metodo definitivo per gestire l’insulino resistenza, ho iniziato a fare delle ricerche in merito. L’assunto di partenza di Khambatta e Barbaro è molto semplice: scardinare la credenza secondo cui per il diabetico (di qualsiasi tipo) sia preferibile una dieta a basso contenuto di carboidrati e ad alto contenuto di grassi e proteine.

Entrambi ci sono passati, come un po’ tutti noi: diagnosticati di diabete di tipo 1 da giovani, raccontano nella prima parte del libro delle loro esperienze nel districarsi nel mondo delle diete a basso contenuto di carboidrati. Chi di noi non ci ha pensato almeno una volta, dopo la diangosi? Se i carboidrati sono i responsabili del mio innalzamento della glicemia, allora tantovale seguire il verbo del dott. Bernstein (rimanete sintonizzati: parleremo anche del suo libro prossimamente).

The truth is that diabetes is not a villain, nor is even a separate entity from you. Diabetes is you, and you are diabetes. Embracing this “demon” as a part of you is one of the most powerful early steps you can take in managing your relationship together.

La verità è che il diabete non è il nemico, e non è neanche un’entità separata da te. Il diabete è te, e tu sei il diabete. Abbracciare questo demone come una parte di te è uno dei primi passi che puoi fare per imparare a portare avanti la vostra relazione insieme.

Insomma: le premesse ci sono tutte. Due diabetici che promettono di abbattere tutte le nostre convinzioni non solo riguardo il cibo, ma anche riguardo il modo in cui percepiamo la nostra malattia.

Insulino resistenza

Dopo una lunga parte introduttiva, entriamo nel vivo del Mastering Diabetes Method, parlando di resistenza all’insulina.

Insulin resistance is caused by the accumulation of excess fat in tissues that are not designed to store large quantities of fat.

La resistenza all’insulina è causata dall’accumulo di grasso in eccesso nei tessuti che non sono designati per contenere grandi quantità di grasso.

In questa frase è racchiuso il punto di partenza del libro. La resistenza all’insulina, argomentano gli autori, non è causata da grandi quantità di carboidrati, ma piuttosto dai grassi che ingeriamo (e, come vedremo più tardi, anche dalla qualità di questi grassi).

L’insulina non è il nemico del diabetico. Anche in questo caso, quante volte avete sentito dire che l’insulina fa ingrassare? Tantissimi diabetici, dopo aver iniziato la terapia con l’insulina, si convincono di questo fatto: ma non è vero, l’insulina ci permette di assimilare ciò che non stavamo assimilando fino a quel momento. Non è l’insulina, ma il suo eccesso, che aumenta il rischio di scompensi metabolici.

Il capitolo 4 del libro è interamente dedicato alle diverse tipologie di grassi. Vengono presi in considerazione gli acidi grassi trans, presenti in piccole quantità in carni rosse, burro e latte e in grandi quantità negli oli solidi, come per esempio quelli usati in pasticceria industriale, gli acidi grassi saturi, presenti nella carne e nel pesce ma anche nei latticini e gli acidi grassi insaturi, presenti nella frutta secca a guscio, nei semi (chia, lino).

Carboidrati, grassi e proteine

Qui, forse arriva la parte più controversa di tutto il metodo: il capitolo dedicato ai cibi di origine animale. A scanso di equivoci e per evitare qualsiasi incomprensione, ci tengo a precisare che io sono vegetariana da tantissimi anni, che mangio vegano per gran parte della settimana, tranne alcune eccezioni. Immaginate quindi l’eccitazione nello scoprire che questo libro consiglia una dieta plant-based per gestire al meglio il diabete. Non potevo credere ai miei occhi.

Secondo i due autori, mentre il credo comune è quello di “dare la colpa” ai carboidrati, bisognerebbe prima di tutto capire di quali carboidrati stiamo parlando e, in secondo luogo, fare luce sugli effetti “nascosti” che i grassi hanno sui nostri organi e tessuti. Per questo cercano di dimostrare come studi precedenti (per esempio l’EPIC study) abbiano mostrato in passato una correlazione tra diete ad alto contenuto di proteine e grassi e diverse malattie cardiovascolari.

I carboidrati vengono suddivisi e descritti in 3 categorie: si distinguono infatti zuccheri, carboidrati raffinati o carboidrati “integrali” (whole grains nel testo originale). E qui arriva il secondo punto fondamentale del Mastering Diabetes Method: c’è un’enorme differenza tra i carboidrati raffinati, privi di nutrienti, gli zuccheri come il saccarosio e i carboidrati che invece assumiamo da frutta e verdura.

Carbohydrate-rich whole foods are some of the most nutrient-dense on the planet, providing you with lasting energy, as well as high-quality micro-nutrients that refined carbohydrate foods do not.

I cibi integrali ricchi di carboidrati sono quelli più ricchi di nutrienti, che apportano energia duratura e micronutrienti di alta qualità, cosa che invece non succede con i carboidrati raffinati.

Vitamine, minerali, fibre e antiossidanti vengono analizzati e viene posta particolare attenzione sulla loro importanza nel corretto funzionamento del nostro organismo.

Le diete low carb falliscono nel momento in cui descrivono i carboidrati come se fossero un’unica classe. Inoltre, non sono in grado di dare spazio e sottolineare l’importanza dei micronutrienti, che sono scarsamente presenti in una dieta basata unicamente su proteine e grassi. Inoltre, mangiare proteine animali è associato in diversi studi al rischio di malattie cardiovascolari: le diete low carb che promuovono il consumo di carni rosse e formaggi portano numerosi altri problemi al nostro corpo, soprattutto sul lungo periodo.

Il metodo

Avrete quindi capito in cosa consiste il metodo proposto nel libro: una lenta transizione verso una dieta ricca di carboidrati “sani” e povera di grassi e proteine animali.
Per facilitare la transizione i cibi sono divisi in base ai colori: ovviamente le carni rosse, uova, pesce e così via si trovano nella colonna del “semaforo rosso”.

Quest’ultima parte scorre veloce, tra approfondimenti sui singoli cibi, come per esempio la soia, le vitamine necessarie, omega 3, omega 6 e così via.
Non avendo provato il metodo non so ovviamente darvi un parere preciso su un suo eventuale funzionamento; gli autori dichiarano che attraverso un’alimentazione di questo tipo, il rapporto tra insulina e carboidrati migliora drasticamente. Mangiando solo frutta, cereali e verdura, non stento a credici.

Gli ultimi capitoli propongono delle ricette per colazione, pranzo e cena, metodi come il digiuno intermittente (io non posso farcela ragazzi ve lo dico, se digiuno per 12 ore mi mangio il mio fidanzato crudo) e un eventuale approccio all’esercizio fisico .

Molto interessanti anche gli appendici, dove vengono approfonditi argomenti come il test del C-Peptide e i diari da compilare (perché ricordiamoci che non tutti siamo laureati in materie scientifiche, e a volte abbiamo bisogno anche di spiegazioni molto semplici).

Dunque? Una considerazione personale

Nonostante io non abbia seguito il metodo (e non abbia intenzione di farlo), ho trovato molto interessanti alcuni spunti che ho trovato nel libro. Prima di tutto ho letto e riletto le parti puramente esplicative, dove viene spiegata l’assimilazione di grassi e carboidrati, per esempio, o il ruolo delle vitamine, degli antiossidanti e così via.

Non ho trovato tutto sto clamore nel tipo di dieta proposta, anche perché credo fortemente che una dieta basata sul consumo di frutta, verdura e cereali integrali sia per definizione una dieta sana, al di là del diabete e della sua gestione. Mi rendo conto però che per tante persone, una transizione da una dieta onnivora a una totalmente vegana potrebbe risultare molto difficile (soprattutto quando non ci sono motivazioni etiche ed ecologiste alla base).

Un’altra nota dolente del libro sono le esperienze all’inizio di ogni capitolo. Poco interessanti e volte soprattutto a pubblicizzare i retreat che i due autori organizzano periodicamente: non ne avevamo decisamente bisogno e non portano nessun valore aggiunto ai capitoli stessi.

Personalmente, da questo libro mi porto a casa la curiosità di provare nuove ricette, ma anche di sperimentare con i cibi nella loro interezza, buoni nella loro semplicità. Mi porto a casa la voglia di continuare a cercare cibi sani che giovino non solo alla gestione del mio diabete, ma anche alla mia salute in generale.

Non seguirò il metodo, perché credo che la mia salute mentale debba avere la precedenza in ogni caso, e non credo che una dieta restrittiva al 100% possa aiutarmi. Continuerò a mangiare occasionalmente dolci, pizze e patatine fritte, perché non credo che esistano dei cibi da trattare come il nemico: in media stat virtus, e un approccio bilanciato e corretto è l’unica cosa che mi può aiutare nella gestione e nell’accettazione della malattia, non solo a livello di “numeri”, ma anche psicologicamente.
Sono convinta che la nostra alimentazione sia un percorso e che possa sempre migliorare, per questo cerco di prendere tutti gli spunti possibili, portarli a casa e assimilarli nel mio metodo personale, che non può essere uguale a quello di nessun altro.

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