Diabete tipo 1 e lavoro

Qual è stata la vostra esperienza con il diabete di tipo 1 a lavoro?
Oggi vi voglio raccontare la mia, e come cerco di parlare di diabete quando sono in ufficio.

Attualmente lavoro in ufficio Talent Acquisition per una multinazionale tedesca, che è un modo figo per dire che faccio colloqui di selezione a potenziali nuove leve che entreranno a far parte dell’azienda.
Da un lato sono fortunata perché, facendo un lavoro in ufficio, è più facile gestire situazioni difficili (ipoglicemie, iperglicemie). Dall’altro lato, quando ho un’iperglicemia, so già che non scenderà fino a quando non alzerò il sedere dalla sedia alle cinque.

Quando sono stata diagnosticata, ero nel bel mezzo del mio primo stage in un’azienda di Venezia. In quel caso non ho avuto scelta, e avevo dovuto parlare subito di ciò che era successo. Avevo raccontato del coma, di cosa significa avere il diabete di tipo 1, avevo ricevuto i soliti commenti ah si? Anche mia nonna!
Insomma. Tutto nella norma.

Quando mi sono trasferita però, ho dovuto decidere se e come parlare della mia malattia con quelli che sarebbero stata i miei colleghi e i miei responsabili, o se tenerla riservata.

Voglio sottolineare subito una cosa: non c’è un modo giusto di comportarsi o un modo sbagliato. Possiamo parlare della nostra malattia nel modo che ci sembra più adeguato, anche cambiando idea in base al contesto e alle persone che abbiamo di fronte. Parlarne apertamente va bene, ma va altrettanto bene decidere di tenere certe informazioni riservate.
Voglio evidenziare questo e voglio che ascoltiate attentamente. Non dovete sentirvi in difetto rispetto alle vostre scelte: in questo momento io sono in un contesto favorevole, ma in passato non è sempre stato così. Quando ho avuto il mio primo lavoro a Verona, omettevo sistematicamente qualsiasi informazione sul diabete alle due colleghe con le quali condividevo l’ufficio ogni giorno, semplicemente perché mi trovavo in un ambiente ostile con persone che non avevano nessuna intenzione (né capacità, né tantomeno voglia) di comprendere.

Adesso lavoro in un ambiente decisamente diverso, più positivo.
Sin dal primo colloquio nella mia attuale azienda ho sempre parlato di diabete, di cosa comporta, e di cosa significa averlo. Con i miei colleghi e con la mia responsabile ho una relazione di assoluta fiducia.

In più, credo che il diabete possa essere davvero un punto di forza (sapete quanto problem solving ci vuole per sostituire un pancreas?). Mi rendo conto però di essere in una posizione privilegiata, in un ambiente comprensivo e aperto all’ascolto.

Questo però non è sempre il caso e dobbiamo essere realistici. A volte – e lo sappiamo bene, dobbiamo scontrarci con pregiudizi e luoghi comuni. Il nostro capo potrebbe pensare che avremo bisogno di più giorni di permesso per fare visite, o che non saremo in grado di gestire una patologia complessa in un ambiente di lavoro. Spetta (in parte) anche a noi far cambiare idea alle persone, educandole e aprendo un discorso chiaro e onesto sulla nostra situazione.

Problem solving

Come ho già detto prima, il diabete comporta una buona dose di problem solving. Se non ce l’hai, puoi stare sicuro che lo acquisirai dopo un paio di mesi.
Col tempo io stessa ho sviluppato diversi trucchetti per non farmi mai cogliere impreparata e per evitare situazioni spiacevoli in ufficio.

La prima cosa che faccio è tenere sempre zuccheri semplici (glucotab, caramelle e bustine di zucchero) nel cassetto della scrivania. Ricordo perfettamente un giorno in cui, dopo essere tornata dalla pausa caffè, mi sono trovata in ipoglicemia. Era il mio primo periodo in azienda, e non avevo nessuna intenzione di fare brutta figura scendendo di nuovo alle macchinette. Peccato che sia stata costretta a farlo, perché non avevo a portata di mano niente che mi potesse salvare.

Il secondo trucco è quello di mettere un promemoria (nel mio caso nell’orologio) prima di un appuntamento. Mi è capitato infatti di dover andare a colloquio, o di avere una riunione, e di trovarmi in ipoglicemia con frecce che scendevano e allarmi che suonavano. Cerco sempre di impostare il calendario outlook 15 minuti prima, in modo da correggere o eventualmente portarmi dietro un po’ di zucchero.

Siamo tutelati?

Veniamo ai dettagli più tecnici. Non ci sono leggi specifiche per i diabetici di tipo 1, ma ci sono due leggi che tutelano i diritti delle persone con disabilità nei luoghi di lavoro.

La legge 104 consente alcune agevolazioni come permessi per visite, qualora la percentuale di invalidità sia superiore al 46%. Questa invalidità viene certificata tramite una visita da fare con una commissione INPS. Gli step da seguire sono:

  • Richiedere al proprio medico di base, portando le cartelle cliniche, una certificazione che attesta la malattia;
  • Inviare la domanda per il riconoscimento all’INPS;
  • Verrà fissata una visita medica di fronte a una commissione che accerterà la percentuale di invalidità.

La legge 68 invece è la legge delle cosiddette categorie protette, e promuove l’inserimento di persone con invalidità superiore al 46% in contesti lavorativi. Per legge, le aziende devono rispettare un numero minimo totale di persone appartenenti alle categorie protette. Per accedere è necessario avere l’attestato di invalidità ed essere iscritti al collocamento mirato nel centro per l’impiego della vostra città. Gli step da seguire, sono:

  • Presentarsi con l’attestato di invalidità del 46% o superiore al Centro per l’impiego nella provincia di residenza;
  • Il Centro per l’impiego inserirà il nostro nome nelle liste del collocamento mirato;
  • Le aziende possono assumere tramite una chiamata ai nominativi presenti dalle liste del centro per l’impiego.

Le leggi di riferimento in Italia sono:
– la legge 104/92 “per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate”
– la legge 68/99 “Norme per il diritto al lavoro dei disabili”

…non ci resta che lavorare

E’ difficile avere il diabete a casa, figuriamoci a lavoro. Da parte nostra non possiamo fare altro se non creare un ambiente positivo intorno a noi – o, perlomeno, provarci.

Per questo cerco sempre di rispondere ai colleghi che hanno curiosità in merito (sì, anche a quelli che hanno domande sulla bisnonna di 95 anni che prende la pastiglia). I miei colleghi più stretti sanno che faccio insulina (a volte direttamente di fronte a loro, anche quando facevo le iniezioni) e sanno che a volte ho bisogno di mangiare zuccheri. Gli altri vedono il microinfusore (che anche volendo non riesco a nascondere in mezzo al reggiseno, come tante più fortunate di me) e il Dexcom al braccio.

Ricevo domande di ogni tipo: se sto indossando un cerotto anticoncezionale, per smettere di fumare, oppure se il mio fidanzato mi ha messo l’antitaccheggio. Ci sono giornate in cui non ho nessuna voglia di rispondere, ma prendo sempre queste occasioni per scambiare due parole sul diabete di tipo 1.

3 pensieri riguardo “Diabete tipo 1 e lavoro”

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