Le figure professionali che ruotano attorno alla persona con Diabete di tipo 1: la dietista

Il giorno in cui mi è stato diagnosticato il diabete di tipo 1, le prime figure professionali che mi hanno dato delle informazioni sono state il diabetologo e gli infermieri. Ma quali sono le altre figure che fanno parte del team multidisciplinare che ruota intorno alla persona con diabete? A seconda della città nella quale siamo seguiti possiamo entrare in contatto con più o meno professionisti: io, ad esempio, per tanti anni mi sono interfacciata soltanto con diabetologo, infermieri e medico di base. Abbastanza di recente ho appreso che svolgono un ruolo determinante nel trattamento della patologia:

  • il dietista
  • lo psicologo
  • le associazioni
  • il podologo
  • l’allenatore

Essi ricoprono un ruolo fondamentale nella comprensione e quindi nella gestione della patologia. Giovedì 7 maggio e giovedì 14 maggio noi di Cronache di tipo 1 abbiamo avuto il piacere di fare due dirette con la bravissima Dietista Laura Giordano. Assieme a lei abbiamo introdotto dei concetti fondamentali per fare la conta dei carboidrati, abbiamo parlato di come utilizzare questo metodo per creare una ricetta, di come stimare i carboidrati quando ci si trova in situazioni particolari. Non mi dilungo oltre e passo la penna a Laura.

Laura Giordano: la dietista che racconta di nutrizione attraverso scienza, consapevolezza e #nonsolonumeri

Mi chiamo Laura e faccio la dietista. Mentre lavoro utilizzo poco il camice e il motivo nasce dal mio anno passato da frequentatrice volontaria nel reparto di diabetologia e gastroenterologia pediatrica.

Dieci giorni dopo la mia laurea in Dietistica provo il test di ingresso per accedere alla magistrale in scienze della nutrizione umana e quello per medicina (il mio grande sogno da anni); fallisco entrambi i test, entrambi per un pelo. Un fallimento di questa portata segna e non poco; ma un fallimento ti dà la possibilità di considerare e scegliere altre strade; a volte di trovarne di bellissime e inaspettate. Il mio anno nel reparto di diabetologia è stata una delle esperienze più potenti che potessi regalare a me stessa. Mi è costata un’assicurazione sanitaria, tante alzatacce all’alba, alcune rinunce sociali e qualche vaccino… ma lo rifarei altre mille volte.

Ho avuto la grande possibilità di mettere in luce un ruolo importante e misconosciuto della figura sanitaria che ricopre il dietista, il quale ha un ruolo essenziale nel reparto diabetologico: deve adattarsi alla collaborazione, e quindi al costante dialogo e confronto, con altri specialisti quali il diabetologo (e/o pediatra) gli infermieri, lo psicologo. Ognuna di queste figure completa un puzzle ad incastro perfetto che permette di dare delle aspettative di vita migliori a chi, per tutta la propria vita, dovrà fare i conti con glucometri, sensori, carboidrati, paure, tensioni, famiglie che non subito comprendono, ambienti sociali che spesso non sanno cogliere e accogliere. Al centro di questo puzzle c’è sempre la persona che porta la sua patologia e le sue paure, le sue gioie e i suoi dubbi: ecco perché serve considerare ogni situazione da tanti punti di vista.

In questo quadro il dietista è un vero e proprio educatore alimentare, che da un’attenta e scrupolosa anamnesi alimentare e personale potrà valutare e rendersi conto fin dove si spingono le conoscenze alimentari della persona con diabete, valutandone anche le veridicità. Ha, inoltre, un ruolo fondamentale nell’accogliere i dubbi di un singolo individuo o di un’intera famiglia e tramutarli in risposte, che possano renderlo più sereno verso il proprio rapporto con il cibo. Nessun dubbio è banale, nessuna risposta è scontata. Interfacciarsi con una realtà vasta e diversa come quella del diabete porta a fare considerazioni che prima sono quasi certe o “pressoché inutili, da non programmare”, ma che poi diventano le più grosse domande da porsi (dove trovo i carboidrati? Cosa sono? Sarò in grado di gestire ipo o iperglicemie? Come mi regolo quando faccio sport/guido/faccio un esame/viaggio?).

Il dietista può insegnare /segnare dentro/ le regole alla base di un’equilibrata alimentazione, con maggior riguardo e attenzione alle pratiche e agli strumenti che porteranno ad una corretta gestione del diabete dal punto di vista alimentare. Tra le tecniche più utili e diffuse c’è proprio la conta dei carboidrati, ovvero la stima (e quindi non si tratta formule certe e assolute) che è possibile fare del proprio rapporto insulina / carboidrati. Però, per arrivare a fare questa stima, bisogna conoscere gli alimenti, le fonti principali di carboidrati, gli effetti che tutti i macronutrienti (carboidrati, proteine e grassi) hanno sulla glicemia, quali fattori influiscono e quali sono le strategie migliori da poter applicare. Per acquisire queste consapevolezze e accettarle serve tempo; serve darsi tempo e serve darlo anche al professionista per verificare che il suo lavoro sia stato fruttuoso e utile.

Il dietista può essere il veicolo sia di idee e ricette semplici ma che spesso non vengono considerate (con lo scopo di ottenere una migliore variabilità glicemica) che di strumenti di facile accesso (es. linee guida per una sana alimentazione, tabelle di composizione degli alimenti del sito CREA o sapermangiare.mobi, diario alimentare da riportare in visita come motivo di confronto). Quando i libri accademici ci formano non ci dicono quanto sia difficile interfacciarsi con il dolore e con l’accettazione di una patologia. Quello ce lo insegna l’esperienza. Il ruolo del dietista nel team diabetologico è essenziale. Una sola persona (spesso il medico) non può farsi carico di tutto; è umanamente impossibile e non conveniente. Avere un proprio ruolo e portarlo avanti con passione ci farà essere i migliori in quel campo.

La mia esperienza nel policlinico di Roma Tor Vergata è stata a dir poco meravigliosa: tosta perché dovevo stare ai ritmi di un reparto che corre e sa come farlo. La mia fortuna è stata proprio la forza del team, dalle infermiere alle pediatre, dagli specializzandi alla psicologa: chi più chi meno mi hanno dato modo di capire qualcosa in più, dal leggere un grafico al fare un capillare, dal parlare con una famiglia spaventata al gestire una situazione di ipoglicemia importante. Ho potuto mettere al servizio dell’altro qualcosa che, se fossi entrata a scienze della nutrizione umana, probabilmente sarebbe rimasto tra i miei appunti accademici in garage.

Neanche 20 anni fa la persona alla quale veniva fatta diagnosi di diabete di tipo I si sognava un team multi-specialistico per la gestione e la presa in carico della sua situazione; il diabete di tipo I è una patologia caratterizzata da esordio in età giovanile, e per giovanile si intende anche 2-3 anni di vita, che impatta sulla quotidianità della persona sotto tanti aspetti: alimentare, dei cicli sonno-veglia, psicologico, familiare, sociale, lavorativo. Sarebbe, quindi, quasi scontato affermare che affidarsi a più specialisti è l’ingrediente principale.

Ma non è stato e non è tutt’oggi così. Già passare da una realtà ospedaliera ad un’altra fa rendere conto di quale abisso possa esistere. La soluzione? Non la ho ad oggi. Ma sicuramente voi, lettori e “portatori sani di diabete di tipo I” (cit. dottor Vincenzo Paciotti – diabetologo), potete scegliere da chi farvi prendere in carico, chi tempestare di domande; non stancatevi di chiedere come si fa la conta dei carboidrati (anche più volte se serve), cosa siano i carboidrati e dove si trovano, perché è meglio una farina piuttosto che un’altra, come gestire una situazione ostica e tantissime altre domande. L’educazione alimentare è un mondo vastissimo; il dietista è il suo maggior sensibilizzatore e strumento ma voi dovete pretendere di imparare a camminare con le vostre gambe. E se si stufa di rispondere a tutto questo? Cambiate dietista.

Come sceglierlo? Partite dal Curriculum Vitae. Ad oggi gli addetti ai lavori, secondo la legge, sono: il dietista, il biologo nutrizionista e il medico chirurgo, meglio se con specializzazione in scienze dell’alimentazione e nutrizione clinica. Tutto il resto non è abilitato. Accertatevi che siano persone iscritte all’albo di appartenenza. Vi faccio anche un’altra confessione: molti di noi purtroppo, sebbene abilitati, non sono in grado di gestire la persona con diabete di tipo I in toto perché le nozioni che riceviamo accademicamente spesso si esauriscono in 4 righe contate durante la lezione sul diabete. Fate una domanda in più a chi scegliete: non deve essere un interrogatorio ma voi state affidando la vostra salute ad una persona che pagate, è un vostro diritto chiedere. E in ultimo, ma non meno importante, chiedetevi come vi sentite quando uscite dall’incontro avuto con lui/lei: più confusi di prima? Più sereni? In colpa? L’empatia è alla base di un valido percorso clinico: siamo persone, non le malattie che ci vengono diagnosticate.

È per questo che io, per quasi un anno, mettevo il camice bianco in borsa la sera prima di andare in reparto e automaticamente la mattina successiva lo toglievo. Non mi capitava sempre ma lo toglievo quando sentivo che un bambino o un’intera famiglia, durante il colloquio con me, si sarebbe sentito più a proprio agio se mi avesse visto “vestita come lui/lei” piuttosto che con uno sterile camice bianco. È un piccolo gesto ma fa davvero la differenza.

E se il mondo privato non è di facile accesso, avete la possibilità di prendere contatti con onlus composte da persone con diabete e specialisti, tutti uniti da un forte senso di appartenenza ad una famiglia che non si scegli ma che può dimostrarsi una piacevole scoperta dove stare meglio.

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