La mia Ipo peggiore

Fu un week end bellissimo. Partimmo in 6 da Bologna, Paolo ci raggiunse da Milano.

Madrid non l’avevo mai vista, era da sempre una città che sognavo, vedendo le foto e sentendo i racconti altrui.

Quel viaggio me lo stavo regalando per essere riuscita, dopo non pochi sforzi, ad entrare in Dottorato.

Ero felice, di quella felicità che va condivisa con gli amici più cari: le sei persone con me durante quel week end.

Ero ancora nel periodo in cui, per me, il diabete c’era ma era bene se ne stesse per i fatti suoi. 

Nel 2016 il sensore FreeStyle ancora lo pagavo ed io, da brava scapestrata, quei 60€ preferii spenderli per qualche cena estiva in più. Morale: partii senza, nonostante lo usassi da già un anno.

Non sono mai stata una troppo precisa, sulle cose da portare in viaggio: aprivo la valigia, buttavo ad occhio in un sacchettino aghi e pungidito (tanto quelli chi li cambia mai!), una fiala di insulina in più per tipo in borsa, e via. 

Come potete capire non sono una persona che si fa prendere da ansie. Non ci ho mai nemmeno pensato, in realtà, di comportarmi diversamente o prendere precauzioni in più, se viaggiavo – anche se dopo la gita a Praga in cui rimasi senza Lantus, forse forse avrei dovuto! 

Ho sempre solo badato a chi fosse con me in viaggio, con conseguente mega spiegone di cosa fare se mai mi fossi sentita COSI male da non farcela da sola.
“Ma in realtà non succede mai, mi so gestire”.

In realtà partivo tranquilla: Anna aveva svolto un tirocinio curricolare in diabetologia, qualche anno prima, quindi sul mio diabete era molto attenta. Paolo, Chiara e Sele lavoravano con me, quindi se ci fosse mai stato bisogno di farmi delle punture, sarebbero stati sicuramente in grado di usare una siringa. Ottimo, si parte!

Arriviamo a Madrid la sera prima di cena, dopo un viaggio più lungo del dovuto, pranzo non pervenuto e molta stanchezza. 

Paolo sarebbe arrivato solo dopo cena, con uno dei soliti RyanAir da Orio ad orari improponibili.

Per aspettarlo, non ci restava che andare a cena e, poi, scegliere un locale a caso vicino a Sol.

Cena che ricordo buonissima, a base di tapas (ah, la tortilla de patatas, che bei picchi regala!) e vino tinto. Glicemie non pervenute: andavo ancora a sentimento, la conta dei CHO non era minimamente considerata dalla mia testa.

Dopo cena troviamo questo localino carino, e dopo un paio di Mojito, e soprattutto dopo l’arrivo di Paolo, decidiamo di andare a dormire per ricaricare le pile e svegliarci presto l’indomani.

Io, Sele e Paolo dovevamo dividere un divano letto. Io in centro, loro ai lati. Diciamo che comodità è un’altra cosa.

Ci laviamo, metto il pigiama, faccio la lantus. Movimenti routinari. Andiamo a letto, ci addormentiamo subito. 

Non provai la glicemia.

Erano, credo, le cinque di mattina quando mi svegliai. Completamente sudata, avevo molto caldo, tremavo: ero in ipo.

Ho sofferto tutta l’adolescenza di ipo notturne. Sapevo riconoscere benissimo i sintomi, vuoi anche per gli anni di pochissime glicemie (una al giorno, la mattina) e insulina un po’ ad occhio. Questa credo sia una cosa che col controllo di ora sia andata un po’ persa, ma vi assicuro che non potevo essere più certa.

Probabilmente ero già molto bassa. 

Qui però arriva il primo problema: non so perché, ma non presi zucchero. 

Andai in bagno con il glucometro, mi sciacquai perché troppo sudata, tornai a letto. 

Mi riaddormentai.

Erano, credo, le cinque di mattina, e non ho alcun ricordo delle cinque ore successive.

Tutto ciò che racconterò da questo punto in poi, è frutto della memoria dei miei amici, dei loro racconti, che ormai mi fanno rivivere quelle ore.

Ore 7, Selene si sveglia e chiede a Paolo se secondo lui stessi bene, farneticavo. Lui mi sente borbottare, ma non mi alzo. Crede sia normale, a volte parlo nel sonno, quindi non si preoccupa.

Dopo quindici minuti la situazione è ancora quella, suona la sveglia, io non mi alzo. Selene si rende conto che stavo delirando con occhi sbarrati, sudata fradicia.

Mi raccontano che ripetevo in loop questa frase: “vai in bagno, toglie le scarpe, chiudi la porta, brrrrr, asciugamano, apri la porta, metti le scarpe”. 

Era chiaro il mio cervello fosse in estrema sofferenza, non ragionavo, dicevo cose senza senso.

Chissà che glicemia avevo. 

Capiscono che sono in ipo. Io continuo a delirare. La situazione è più grave del previsto, quindi decidono di chiamare Anna e Chiara.

Sele tenta di farmi prendere dello zucchero, con scarsi risultati.

Ero cattivissima

I loro racconti di quella mattina sono tragicomici: ero ingestibile, deliravo, tiravo bottiglie addosso ai miei amici, mi rifiutavo di mangiare.

Anna cerca il glucometro, sapendo bene di dovermi fare una glicemia, mentre Chiara prende il posto di Selene e inizia a – letteralmente – ficcarmi caramelle in bocca.

Io inizialmente tento di rifiutare, dicendo anche qualcosa come “Poi ve lo spiego perché!!” – BOH. 

Mi minacciano di chiamare una persona a me poco cara, mi convinco, butto giù le caramelle.

Continuo a lanciare cose addosso ai miei amici, Vittorio e Silvia nel frattempo scendono e non capiscono perché io sia una bestia indemoniata.

Anna trova il glucometro, e realizza che ho distrutto il pungidito: non c’è l’ago dentro.

Ormai era passata un’ora da quando mi ero svegliata, forse poco più. 

Negli ultimi 30 minuti mi avevano fatto trangugiare almeno 5 caramelle (35g CHO, ndr).

Anna si stanca, sa che deve provarmi la glicemia. 

Trova un ago (credo da penna), a forza mi prende un dito (IL MIGNOLO!), mi buca direttamente con l’ago. 

Io mi lamento moltissimo, sono nervosa e agitata, non mi sono ancora ripresa.

21 mg/dL, dopo 5 caramelle. 

Io, di nuovo, non ricordo nulla. Forse è meglio cosi, perché so bene il panico che ho procurato ai miei amici quella mattina.

Chiara prende il portafogli e senza pensarci due secondi scappa, tornando pochi minuti dopo con due churros ripieni di nutella.

Si, si, lo so cosa state pensando: le ipo si correggono con lo zucchero!

Raga in quel momento non mi avrebbe tirato su nemmeno lo stabilimento intero di Eridania.

Assaggio un churro, e scopro che mi disgusta, ma mi obbligano a mangiarlo tutto – e non li ringrazierò mai abbastanza.

L’altro lo lascio, non so a chi, Paolo o Vittorio.

Lancio contro Sele il sacchetto di carta appallottolato, mi alzo, sostengo di star bene, vado a fare una doccia.

Qui ricominciano i MIEI ricordi.

Sono le 9.48, ricordo di aver letto l’ora dalla sveglia in bagno.

Finalmente mi riprendo solo asciugandomi i capelli.

Ricordo me, seduta in accappatoio sul water. 

Istintivamente apro il cestino dei rifiuti: il mio pungidito – o ciò che ne rimaneva- era lì, a guardarmi. 

Ad oggi non conosco il valore della mia glicemia prima di aver iniziato ad assimilare zucchero, ma credo fosse stato molto molto basso. 

Ho toccato da ragazzina un 19 mg/dL e, seppur molto male, non fu così devastante. 

Qualunque sia stato il valore, non dimenticherò mai quella giornata. 

Se posso raccontarvi tutto ciò, oggi, lo devo ai miei amici, che non hanno perso la calma in un momento terrificante. 

Questo racconto non ha molti insegnamenti dietro, se non forse di portar sempre il glucagone con voi, ad ogni viaggio, per evitare di dovervi imbottire di churros.

E di scegliervi bene gli amici, che vi potrebbero salvare la vita ❤️

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