Una chiacchierata con Claudio Pelizzeni @triptherapy

Quante volte capita di domandarsi: “sono davvero soddisfatto della mia vita?”

Io me lo chiedo tutti i giorni, cercando di dare alla mia vita la traiettoria giusta per arrivare alla felicità. Capitano sia cose belle che cose brutte, non ci si può fare nulla. L’importante è sapere che c’è sempre una via d’uscita, e cercare con tutte le proprie forze di imboccarla.

Il diabete di tipo 1 è, nella vita di un essere umano, uno di quegli eventi che obbliga a riflettere. Per chi ne resta coinvolto, direttamente o indirettamente, nulla è più come prima. L’espressione “per sempre” pesa come un macigno sulla visione del futuro e, anche a distanza di anni dall’esordio, possono capitare momenti di sconforto e di rabbia.

Come si può essere comunque felici, in queste condizioni? Come si può essere felici tanto quanto una persona che non soffre lo stress di dover gestire “manualmente” la propria glicemia?

Per avere le risposte giuste, occorre porre le domande alle persone giuste, ed io ho cercato la migliore possibile!

Claudio Pelizzeni, nel 2014, ha mollato la sua stabilità per fare un viaggio intorno al Mondo di 1000 giorni, senza prendere aerei, spendendo meno di €20 al giorno, portando con sé solo pochissime cose: uno zaino con lo stretto indispensabile, un altro zaino con l’occorrente per documentare il viaggio, ed il suo diabete di tipo 1. Ha aperto un blog (Trip Therapy), ha scritto un libro, ne ha scritti altri, è diventato imprenditore, ha fatto il cammino di Santiago rispettando il voto del silenzio, ha continuato a viaggiare ma, soprattutto, ha continuato a sognare.

La sua storia è ormai conosciutissima, soprattutto nella comunità diabetica. Qualche giorno fa ho avuto il piacere di sottoporgli un’intervista telefonica, irrompendo nel viaggio in bicicletta che sta compiendo in giro per l’Italia. Questo è ciò che ci ha raccontato.

Claudio, chi sei e cosa fai oggi?

Bella domanda… per semplicità puoi definirmi travel blogger, ma in realtà faccio tante cose: sicuramente sono videomaker e fotografo. Secondo Google sono uno scrittore, perché effettivamente ho scritto 3 libri, e sono un imprenditore, perché ho fondato, con altri ragazzi, il tour operator SiVola.

SiVola è un nome di indubbia efficacia comunicativa, ma non stride un po’ con la tua fama di essere colui che ha fatto il giro del Mondo senza prendere aerei?

E’ vero, ho fatto il giro del Mondo senza prendere aerei, ma poi ho ricominciato ad utilizzarli per i viaggi successivi. “Si vola” è semplicemente una bella esclamazione, un po’ come l’inglese “cool”. Credo che non ci si debba fossilizzare su una sola posizione: è come se io, dopo aver fatto il cammino di Santiago rispettando il voto del silenzio, non parlassi più! E’ anche vero che ci sono molti progetti in essere per ridurre le emissioni di CO2 degli aerei.

Il tuo diabete di tipo 1 è arrivato quando avevi 9 anni. Come è stato l’esordio?

Ricominciai a fare pipì a letto. Il pediatra disse a mia madre che era normale, che a quell’età poteva capitare, ma mia madre non era affatto convinta. Una domenica mi portò all’ospedale di Piacenza, dove però ci invitarono a tornare nei giorni seguenti, perché secondo loro non era nulla di grave. Allora andammo all’ospedale di Parma, e mi tennero lì per 2-3 settimane, cioè il tempo necessario per rimettermi in sesto ed apprendere le basi della terapia.

Ti è pesato rinunciare, o comunque limitare, il consumo di dolci?

Fortunatamente, non sono mai stato un grande amante dei dolci: tra una fetta di salame ed una fetta di torta, scelgo sempre la fetta di salame!

Deduco che non sei vegetariano, vero?

Sono stato vegetariano per tre anni e mezzo, ma ho dovuto cambiare le mie abitudini durante il cammino di Santiago perché, se avessi mangiato solo proteine vegetali, avrei dovuto mettere nello zaino un volume di alimenti molto maggiore. Cerco comunque di essere un onnivoro consapevole, consumando alimenti biologici ed adeguatamente tracciati e certificati.

Se non avessi avuto il diabete di tipo 1, avresti comunque fatto tutto quello che hai fatto? Saresti stata la stessa persona che sei oggi?

Il diabete mi ha reso chi sono oggi perché è parte di me, mi accompagna da 30 anni, ma non mi ha assolutamente condizionato. Con il diabete puoi fare ciò che puoi fare anche senza il diabete, solo che devi usare qualche accortezza in più. Così come chi è miope deve portare con sé gli occhiali o le lenti a contatto, io devo portare con me insulina e materiale per misurare la glicemia. Il diabete non è stato né un freno né una spinta, ma solo una parte di me e una variabile da considerare.

Io ho il diabete di tipo 1 dall’età di 28 anni, ed ho dovuto rivedere tutta la mia vita. La naturalezza con cui tu parli della tua esperienza mi fa pensare che secondo te sia meglio diventare diabetici da piccoli. E’ così?

Assolutamente sì. Io non ricordo neanche più come fosse la mia vita prima del diabete!

Se non fossimo stati nell’era di internet, saresti partito lo stesso per il tuo viaggio di 1000 giorni?

Credo di sì, perché comunque il mio obiettivo non era necessariamente aver successo su internet, anche se è evidente che con internet ho avuto modo di impostare un progetto alternativo al viaggio fine a se stesso, per poter cercare una migliore opportunità di vita. Grazie al blog ho dato un’impronta professionale al mio viaggio: facevo i video ed i podcast, creavo i contenuti, e così via. Ho vissuto quel viaggio come una professione. Senza internet, oltre a scrivere il libro, magari avrei impostato un progetto fotografico, o qualcos’altro. Ma internet è ormai parte di noi da troppo tempo, e non possiamo prescindere da esso.

Internet ti ha anche aiutato a restare in contatto con il diabetologo e la nutrizionista che ti seguivano dall’Italia, giusto?

E’ vero. A volte inviavo loro, via Whatsapp o e-mail, le immagini di ciò che stavo per mangiare, per avere un supporto nella valutazione del relativo indice glicemico. Dunque è sicuro che la rete mi ha aiutato ma, anche in questo caso, non credo sia stato un fattore determinante nella decisione di partire.

Continuando a parlare del tuo viaggio di 1000 giorni, la conservazione dell’insulina ed il reperimento del materiale per il controllo glicemico, non sono stati difficoltosi?

Come sempre, la cosa più importante è la consapevolezza. Il foglietto illustrativo dell’insulina, dice che essa può essere conservata fuori frigo per 28 giorni, ma la verità è che questa indicazione è molto cautelativa. Quasi sempre, per tutto il viaggio, ho avuto la possibilità di sistemare la mia scorta di insulina in frigo la sera, per poi rimetterla nello zaino la mattina. Per quanto riguarda il materiale per il controllo glicemico (strisce e pungidito), si trova in giro con molta facilità, senza necessità di fare scorte.

Hai anche utilizzato un sensore?

Sì, ho utilizzato il Freestyle Libre, e lo utilizzo tutt’ora. L’idea era quella di utilizzarlo per tutta la durata del viaggio, ma purtroppo non è andata così.

Ed è stato complicato tornare alla capillare, dopo essersi abituati al sensore?

Dal punto di vista logistico sì, perché dovevo portare con me più materiale. Dal punto di vista clinico non più di tanto, perché io appartengo alla “vecchia scuola”, e sono abituato ad ascoltare il mio corpo. Il rischio dei sensori è che renda chi lo indossa mentalmente pigro, e quindi meno capace di ascoltare i segnali inviati dal proprio corpo. Mi riferisco soprattutto ai bambini ed ai diabetici di nuova generazione, che hanno iniziato ad utilizzare il sensore da subito, dopo l’esordio. Purtroppo a volte, per mille motivi, il sensore fornisce valori completamente errati (ad esempio quando viene schiacciato, oppure è semplicemente è difettoso). Se non si sanno interpretare i segnali del proprio corpo, si rischia di prendere una decisione terapeutica altrettanto errata, e quindi pericolosa.

Hai provato altri sensori, oltre al Freestyle Libre?

Sì, ne ho provato un altro, ma poi sono tornato al Freestyle. Sono un abitudinario, ho trovato il mio equilibrio e sto bene così. A me piacerebbe sperimentare di più, ma per farlo bisognerebbe avere tranquillità e stare a casa. Nonostante la vita che faccio ho trovato il mio equilibrio, e lo andrei a rompere solo per qualcosa che mi portasse un miglioramento rivoluzionario, come è stato per il passaggio dal pungidito al sensore. Lo stesso vale per il microinfusore: sarei curioso di provarlo, ma mi trovo bene con la multi-iniettiva e quindi, al momento, non è per me una priorità investire del tempo per sperimentare il micro.

Che insuline stai usando?

Tresiba come basale e Fiasp come rapida.

Non è difficile stabilire quante unità di insulina fare, quando ti trovi a dover mangiare cibi che non hai mai assaggiato, o addirittura visto, in vita tua?

Mi è capitato di sovrastimare o sottostimare il carico glicemico di alcuni alimenti, ma la verità è che ormai, con l’insulina rapida, possiamo rimediare sempre all’errore, in caso di iperglicemia. Una volta, con la miscelata, il diabetico era legato a degli orari fissi. Oggi, dobbiamo solo rispettare l’orario della basale, ed agire con la rapida al bisogno, con l’unico inconveniente di doversi fare più iniezioni al giorno. Insomma, tra sensori e basali, la qualità della vita di un diabetico è migliorata molto!

Hai mai avuto paura a causa del diabete, in giro per il mondo?

In realtà le situazioni più pericolose le ho vissute proprio in Italia. Qualche anno fa ho avuto delle crisi ipoglicemiche gravi, perché avevo un dottore che mi faceva tenere la glicemia molto bassa (all’epoca facevo la Lantus), tanto che non percepivo più le ipoglicemie, quando arrivavano.

Anche in viaggio ho avuto qualche situazione difficile da gestire, ma parliamo di appena due episodi in tre anni.
Il primo episodio è stato causato da un mio errore di valutazione: ero uscito per un’escursione di trekking, portando con me solo un succo di frutta, che ho dovuto utilizzare quasi subito. Sulla via del ritorno ho avuto un’altra ipoglicemia, e sono stato costretto a chiedere aiuto a dei ragazzi che, fortunatamente, erano di passaggio e mi hanno offerto delle barrette.
Il secondo episodio è stato causato da un errore di misurazione del sensore. Non era il Freestyle, ma un sensore che ho usato precedentemente, e che non aveva le frecce con la tendenza della glicemia. Quando ho effettuato la scansione ho letto 240 md/dl, ed ho corretto. Il problema è che la glicemia era già in picchiata, e con la correzione mi sono ritrovato vittima di una ipoglicemia repentina. Il fatto è che entrambe queste situazioni mi sarebbero potute capitare anche a casa, o al mare con gli amici.
Andare in giro per il Mondo non rappresenta una componente di rischio maggiore ma, al contrario, sapendo di poter contare solo su se stessi, quando si è in viaggio si è molto più responsabili. Io ho corso molti più rischi a casa, perché quando si è nella propria zona di comfort si agisce con più leggerezza, dando le cose per scontate.

Parliamo di attualità: anche tu hai fatto il pane e la pizza, durante il lock-down?

La pizza la prendevo a domicilio, anche per aiutare le piccole realtà che hanno sofferto durante questo periodo. Il pane ho provato a farlo una volta, ma con pessimi risultati, tanto che non ho pubblicato nulla al riguardo.

A parte la panificazione, a cosa ti sei dedicato durante questo periodo chiuso in casa?

Innanzi tutto mi sono dedicato alle serie televisive: Game of Thrones, Leonardo, Stranger Things, The Last Dance su Michael Jordan sono state le mie preferite. Ho lavorato su del materiale vecchio che avevo da parte, e che uscirà presto: parteciperò al Milano Game Festival con un documentario sul festival induista Kumbh Mela. Erano 391 Giga di materiale fermi nel mio hard disk da un anno, che non avevo avuto ancora  il coraggio di aprire! Ho fatto uscire un podcast, ed in generale ho fatto ordine nelle mie cose. Tutto sommato, avevo bisogno di un po’ di pausa.

E le glicemie del lock-down come sono andate?

Ho avuto fortuna! Una settimana prima del lock down mi ero rivolto ad una nutrizionista della quale mi avevano parlato molto bene, perché ero arrivato a gennaio con qualche chilo di troppo, vuoi per lo stress, vuoi per la vita che conduco. La nutrizionista mi aveva preparato un percorso alimentare, che poi è stato quello che ho seguito in tutta tranquillità durante la quarantena. Alla fine, oltre alle ottime glicemie, ho perso 13kg in 3 mesi, mangiando benissimo, e riducendo del 60% le unità di basale, e del 40-50% quelle di rapida! In questo momento in cui sto girando in bici, la rapida non la faccio quasi più.

Ma stai seguendo un regime low-carb?

No, non è una dieta low-carb, anzi. E’ una dieta bilanciata, che sfrutta qualche espediente: la pasta di lenticchie o di farro, il pane di segale, la frutta come spuntino anziché come fine pasto, ed una volta a settimana mi sono concessi la pizza ed un buon piatto di carbonara!

Ti piace lo sport? Io mi dedico alla corsa…

Sì, mi piace, ed ho sempre giocato a basket. La corsa proprio non la sopporto…ci ho provato mille volte, uscivo a correre la mattina per tenermi in forma, ma mi annoiavo da matti. Non riesco a sprigionare le endorfine correndo, ecco!

La felicità è sempre un viaggio, e mai una meta? Il titolo del tuo primo libro, L’orizzonte ogni giorno un po’ più in là, in fondo significa questo…

La felicità è uno stato impermanente, perché è un sottile equilibrio tra rabbia e bramosia, tra il volere qualcosa, e il provare dell’astio finché questa cosa non succede. E’ importante capire cosa ci rende felici, ed averlo a portata di mano. Non esserne troppo lontani, ma neanche darlo per scontato. Ogni giorno l’orizzonte è un po’ più in là, significa che la felicità è proprio lì davanti a noi, tanto vicina da poterla vedere, ma non abbastanza da poterla stringere definitivamente, perché quando raggiungiamo un orizzonte, subito se ne presenta uno nuovo di fronte a noi.

Cosa ti senti di dire a chi il diabete lo vive sulla propria pelle, o su quella di un proprio caro, ma fa fatica ad accettarlo?

Tutti, diabetici e non, dovrebbero fare un’attenta analisi di sé stessi: ascoltare il proprio corpo, approfondirsi, capire i propri limiti e potenzialità. Non ci sono limiti prestabiliti che impediscono ad un diabetico di fare ciò che egli desidera (a parte forse il pilota d’aereo). E’ tutto realizzabile, con le necessarie accortezze. La verità è che nessuno è realmente perfetto. Tutti, prima o poi, hanno degli acciacchi. Il nostro “acciacco”, per fortuna, oggi si gestisce con maggior facilità, e ciò basta per darci la forza per vivere una vita  assolutamente normale. Io, se ci penso, ho avuto più opportunità che limiti dal diabete, se non altro per la cura che ho sempre dedicato al mio benessere. Da ragazzino ho avuto delle compagnie poco raccomandabili, e molto probabilmente è stato proprio il diabete a tenermi lontano dalla droga.

Di sicuro, il diabete mi ha dato più di ciò che mi ha tolto.

L’intervista si è chiusa con questa frase, ricca di positività, e frutto di un lucido ragionamento, che personalmente sento di condividere. Siamo come siamo, con pregi, difetti ed acciacchi. Ma in fondo, ciò che conta, è dove crediamo di poter arrivare, e quanto ci impegniamo per farlo!

2 pensieri riguardo “Una chiacchierata con Claudio Pelizzeni @triptherapy”

  1. Io ho tante idee di viaggi, non turistici, ma siccome faccio delle terapie mediche non saprei come fare a rimanere lontana dall’Italia per lunghi periodi ( ho il diabete 2). Infatti mi è capitato tempo fa di essere in Olanda e di aver finito delle pillole molto importanti per la mia salute. Ebbene ho dovuto pagare 100 euro da un dottore olandese per avere 3 pillole contate fino al giorno della partenza. Qui di mi chiedo se avessi voluto restarmi là magari come avrei potuto fare? 😐

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    1. Già, questa è un ottimo argomento! Bisogna essere bravi nella pianificazione del viaggio, cercando di capire quanta scorta di farmaci portare con sè, considerando anche eventuali imprevisti.
      Facile a dirsi, ovviamente… 😊

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