Le mirabolanti diete dei diabetici di tipo 1

Quando sono stata diagnosticata di diabete di tipo 1, ricordo che non appena ne parlavo con qualcuno, soprattutto di una certa età, la prima cosa che mi diceva era questa: oh, non potrai mangiare più le banane e l’uva. Oppure: mi raccomando, non mangiare le banane! Ovviamente l’avevano sentito dire alla tv, e pensavano di farmi un piacere comunicandomi questo divieto assoluto nel consumare i frutti del demonio.

Per mesi non ho mangiato banane, che potrà sembrare strano, ma per me è stato un cambiamento enorme: la mia colazione prima del diabete comprendeva sempre una banana. Da anni. Niente più banane però, perché se così tante persone continuavano a ripetermelo, forse un motivo c’era. Alla mente mi tornava una mia compagna del liceo, che non mangiava più banane per dimagrire.

Eppure, qualcosa non tornava. Perché le banane e l’uva, perché quel consiglio così specifico su due frutti che non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro? Perché nessuno mi sconsigliava di mangiare la Kinder Fiesta, o la torta Sacher?
Alla desolazione e alla confusione dovuti ai primi mesi di iniezioni e punture per misurare la glicemia, si aggiungevano dunque dubbi sui cibi vietati o non vietati. Con l’idea sempre più chiara che i diabetici devono rinunciare sempre e comunque. Mettiamoci l’anima in pace.

La situazione si aggrava quando decido di convertire il mio profilo instagram, nel quale caricavo solo foto di paesaggi in bianco e nero e di una tristezza assoluta, e inizio a parlare delle cose che succedono nella mia vita, e dunque anche del diabete.

Mi si è aperto un mondo: non solo perché la community (soprattutto americana) è enorme, ma anche perché ogni singola persona aveva una sua precisa idea su come fare per mantenere glicemie perfette. Legittimo, direi. Il problema è che tutte queste persone automaticamente pensavano che ciò che andasse bene per loro, dovesse essere perfetto per tutti gli altri. Doveva esserci dunque una formula magica per gestire il diabete, e queste persone discutevano tra loro per trovarla.

I più accaniti sono, ancora oggi quando mi capita di leggerli, il gruppo dei low carb high fat: diabetici che si nutrono unicamente di carni rosse, formaggi e insalata verde, e che fanno le gelatine con gelatina animale, appunto, e colorante. Assicurano che sia una delizia, ma chissà perché, non me la sento di provarla. Mostrano fieri le loro glicate, ma mai le ipoglicemie e i valori di colesterolo. Mi domando come mai.

Il secondo gruppo è dato da coloro che seguono la dieta paleo. Molto simile alla low carb, con qualche citazione del dottor Bernstein in meno, questi individui si nutrono come avrebbero dovuto nutrirsi i nostri antenati nel paleolitico. Dunque comprano barrette da 5 euro ciascuna avvolte nella plastica ma ricche di semi oleosi, cacciano hamburger di mammuth lungo tutta la savana e discutono su quale cereale sia il più velenoso per il nostro organismo.

Il terzo gruppo è dato da coloro che i diabetici di tipo 1 sono diversi dai t2!, e per dimostrare ciò si immolano alla causa bevendo un bibitone di Starbucks a ogni pasto e litigando con i seguaci della low carb su chi dei due morirà prima. Ovviamente, entrambi i gruppi concordano che moriranno prima i diabetici di tipo 2 perché se la sono cercata.

In mezzo a questo fuoco incrociato, io un’idea me la sono fatta. Prima di tutto, ho capito che non ho una laurea da dietista, e che se mai ne dovessi avere bisogno, forse prima di fare gelatine con coloranti quando sento il mio corpo che desidera ardentemente qualcosa di dolce, dovrei rivolgermi a qualcuno che ne sa più di me.

In secondo luogo, ho capito che siamo tutti diversi, e che non ha alcun senso paragonare menù, glicate e fare la gara a chi fa meno insuina. Vedo sempre più spesso profili (sono arrivati anche in Italia, purtroppo!) che si ergono a paladini delle glicate basse, e ti spiegano passo per passo come fare, cosa togliere, cosa mangiare. Spesso, sempre sull’orlo delle ipo imminenti. Una vita passata a controllare la glicemia.

Infine, ho capito che quelle povere banane proprio non c’entravano nulla. Ho imparato a chiedere al mio diabetologo quando qualcosa mi sembra una stronzata, e ho imparato che spesso, anzi, praticamente sempre, quella diceria una stronzata lo è veramente.

Posssiamo scegliere di vivere la nostra vita con la malattia al nostro fianco, oppure possiamo continuare a provarle tutte per domarla, schiacciarla, sapendo che poi ci tornerà dritta in faccia.
Possiamo continuare a desiderare le banane o le fette di torta per mesi, convincendoci che sia meglio continuare a desiderarle piuttosto che avere una glicemia alta finché non impariamo a gestirle.
Possiamo capire che siamo tutti diversi, e che quello che funziona per me non funziona probabilmente allo stesso modo per un’altra persona.

Ma soprattutto, dobbiamo smetterla di credere a qualsiasi persona che leggiamo sui social, e di dimenticarci che il percorso da fare per accettare il diabete non è semplice, e che i miracoli non esistono, soprattutto quando arrivano da instagram.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...