Il diabete di tipo 1 tra egoismo ed amore per sé stessi

It is not from the benevolence of the butcher, the brewer, or the baker that we expect our dinner, but from their regard to their own self-interest. We address ourselves not to their humanity but to their self-love, and never talk to them of our own necessities, but of their advantages (Adam Smith)

“Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dalla cura che essi hanno per il proprio interesse. Non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro interesse personale”

Mi permetto, questa volta, di iniziare il mio articolo citando colui che è considerato il padre dell’economia politica e del liberismo: Adam Smith. Questa frase mi è sempre rimasta impressa, sin dai tempi dell’università, per la sua logica impenetrabile. Lo so, siamo ben lontani dalla tematica “diabete di tipo 1”, ma nella citazione di Smith è racchiuso un concetto che più volte mi ha fatto (e mi fa tuttora) riflettere, da quando sono diabetico: il concetto di self-love.

Con la sua frase, Smith intende dire che l’economia si regge sulla cura che ciascun attore ha verso i propri affari (self-love), che non è ne beneficienza (benevolence) e ne’, al contrario, egoismo (selfishness).

Proprio sul delicato equilibrio tra self-love e selfishness – peraltro ampiamente discusso anche dallo stesso Smith, anche se in contesto economico – spesso mi trovo a vivere una tensione interiore, perché faccio fatica a capire quando le azioni finalizzate alla cura di me stesso ricadono nell’ambito del legittimo self-love, e quando invece sfociano nell’egoismo.

Il concetto è anche abbastanza relativo, perché se fossi solo, senza moglie ne’ figli, saprei che tutte le mie azioni non ruberebbero tempo ai miei affetti, e dunque non mi sentirei affatto egoista ma, al contrario, un “malato estremamente responsabile”. Invece, so che ogni elemento che aggiungo alla mia terapia è un punto a favore per me, ma si traduce inevitabilmente in tempo che sottraggo ai miei doveri e piaceri familiari.

Ed è qui che scatta l’inevitabile domanda: “è davvero necessario che io faccia tutto ciò che faccio, per riuscire a fronteggiare adeguatamente il diabete di tipo 1, oppure potrei limitarmi a fare meno?”

Sto agendo per legittima cura di me stesso (self-love), o per egoismo (selfishness)?

Vi prego, ditemi che non sono l’unico a convivere con questo perenne dilemma interiore!

Ma voglio andare più a fondo, ed entrare nel merito delle mie azioni pro-diabete, e di come siano gradualmente e costantemente aumentate nel corso degli anni.

2014 – L’anno dell’esordio. Quanto tempo dedicavo, giornalmente, al diabete? Non troppo. Facevo 5 o 6 misurazioni capillari al giorno ed una sola iniezione di insulina, la basale Levemir. Solo un paio di mesi dopo il ricovero in ospedale ho deciso di iscrivermi in palestra per testare i benefici dell’esercizio fisico sulla gestione della malattia. Seguivo una dieta standard consegnatami dalla dietista, ma non mi cucinavo da solo, per cui il mio unico impegno era sedermi a tavola e mangiare. Ricapitolando: 3 allenamenti in palestra da circa 2 ore, 6 misurazioni capillari ed 1 iniezione di insulina al giorno. Diciamo che la cosiddetta “luna di miele” mi consentiva di tenere sotto controllo il diabete con un impegno di tempo di 8 ore settimanali circa.

2015 – L’anno dell’insulina rapida.Dopo mesi di sola basale, e pur essendo passato alla fenomenale Tresiba, era inevitabilmente arrivato il momento di introdurre anche l’insulina rapida. Sedersi a tavola era diventato improvvisamente molto più impegnativo, perché dovevo stimare i carboidrati presenti nel pasto, e su di essi valutare quante unità di insulina assumere. Facile a dirsi, stressante a farsi, anche perché le probabilità di errore sono molto alte. Altri minuti dedicati al diabete. Quanti? Considerando 5 iniezioni al giorno (colazione, spuntino, pranzo, spuntino, cena), più eventuali (e frequenti, purtroppo) correzioni, direi che la gestione della rapida occupa 15 minuti al giorno, almeno per quanto mi riguarda. Perché non è la puntura in sé, ma tutti i ragionamenti che la precedono.

15 minuti al giorno per 7 giorni sono 105 minuti a settimana, ovvero 1 ora e 45 minuti. Sommando alle 8 ore già calcolate, sono 9 ore e 45 minuti a settimana.

2016 – L’anno del Freestyle Libre.L’avvento del Libre è stata una svolta epocale, che mi ha permesso di riprendere in mano la situazione in un periodo in cui la mia gestione del diabete vacillava. Finalmente, la mia glicemia non era più una serie di punti sul grafico, ma una curva. Finalmente non dovevo più estrarre il kit dell’allegro chirurgo per conoscere il mio glucosio, ma mi era sufficiente avvicinare il cellulare al sensore. Quindi, risparmiavo tempo nel monitoraggio glicemico? Assolutamente no! Perché ero passato dalle 5-6 misurazioni capillari giornaliere, alle 30-40 scansioni. Inoltre, in questa fase era entrato in gioco il fattore “notte”. E’ qui che ho iniziato a puntare sveglie ogni 30-60-90-120 (e così via) minuti, per controllare che la glicemia fosse nel range che avevo impostato. Insomma, iniziavo a soffrire un certo stress mentale, che però era ripagato da buoni valori di glicata. Quanto tempo mi rubava, tutto ciò? La stima è complicata, ma se si considerano 40 scansioni al giorno, per circa 30 secondi a scansione, il totale è di 20 minuti al giorno (140 minuti a settimana) dedicati alla misurazione. Aggiunti alle 9 ore e 45 minuti consolidati, sono 12 ore e 5 minuti a settimana di gestione del diabete di tipo 1.

Mi sarei potuto fermare qui? Clinicamente, credo di sì. Ma la mente ed il cuore erano talmente tanto coinvolti da questa situazione che non si accontentavano di sostituire il pancreas, volevano addirittura sputtanarlo!  

2019 – L’anno della corsa, del DexcomG6, della condivisione e delle relazioni. Il monitoraggio glicemico notturno era il mio più grande cruccio. Spesso non sentivo le sveglie che puntavo. Oppure le sentivo, ma non coincidevano con i momenti “critici” della mia glicemia. Non sentivo più il Libre adatto a me, e dopo essermi documentato, ho deciso di passare al DexcomG6, grazie anche al fatto che ne potevo avere accesso tramite il Servizio Sanitario Nazionale (sotto questo punto di vista, non ho di che lamentarmi nei confronti della mia regione, le Marche). Gli allarmi del DexcomG6 sono croce e delizia, perché hanno migliorato la qualità della mia glicemia notturna, ma hanno peggiorato quella del mio sonno. Eppure non tornerei più indietro.

Nello stesso anno ho iniziato a correre regolarmente, allenandomi con costanza e continuità per preparare gare più o meno lunghe. Lo dico chiaramente: non è necessario diventare dei maratoneti per avere una buona glicemia. Ed in effetti non era quella la mia intenzione, ma poi ho iniziato a competere contro l’avversario più impegnativo che esista: me stesso. Da allora non sono più riuscito a tirarmi indietro, perché il diabete mi motiva a correre, e correre mi motiva a gestire al meglio la glicemia, e la salute in generale. Mi alleno 4 volte a settimana, alzandomi alle 5 di mattina, come ho scritto nell’articolo dedicato alla corsa (qui trovate il link).

Infine, il 2019 è stato l’anno in cui ho deciso di dedicare parte del mio tempo a pubblicare contenuti relativi al diabete di tipo 1 sui social network, soprattutto su Instagram. Altro tempo dedicato alla mia malattia, sicuramente non strettamente necessario ai fini della buona gestione, ma assolutamente terapeutico dal punto di vista psicologico per me e, spero almeno un pochino, per chi ha l’occasione di leggermi. Scrivere, pubblicare, commentare, condividere, mi ha permesso di conoscere tanti “colleghi” in giro per l’Italia, e questo è sicuramente il risvolto più bello dell’attività che ho intrapreso.

Traducendo in numeri, la corsa mi impegna per 8 ore in media alla settimana, a volte anche di più. Il tempo dedicato al DexcomG6 non lo aggiungo, in quanto lo considero sostitutivo del Freestyle Libre. Aggiungo però il tempo occupato dalla comunicazione sui social network: mediamente 20 minuti al giorno per 7 giorni, per un totale di 140 minuti.

140 minuti, più 8 ore, più 12 ore e 5 minuti: 22 ore e 25 minuti.

2020 – L’anno di Cronache di Tipo 1 e della maggior consapevolezza alimentare.Veniamo a quest’anno. Da gennaio siamo partiti con il blog Cronache di Tipo 1, per il quale non realizzo brevi post ma interi articoli che, a prescindere dal risultato, sono impegnativi da scrivere e, com’è ovvio, necessitano di tempo e dedizione. In media, Cronache mi tiene impegnato per 30 minuti a settimana.

Infine, c’è la conta dei carboidrati. Mi sono sempre rifiutato di farla, perché la considero una teoria inesatta. Ciononostante, per pasti “misurabili” (piatti poco elaborati) può essere molto utile. Ho iniziato ad applicarla di recente, dopo aver scoperto l’applicazione Fatsecret, che calcola l’apporto nutritivo di un intero pasto, inserendo le quantità o il peso dei singoli alimenti. La comodità sta nel fatto che non sono io a dover fare le proporzioni, ma lei. Per inserire l’alimento, è sufficiente ricercarlo nell’apposito campo, o scansionare il codice a barre sulla confezione del prodotto. Comodissimo! Talmente tanto, che ho iniziato a pianificare i pasti con un giorno di anticipo. In pratica, la sera preparo ciò che mangerò la mattina seguente a colazione, a pranzo e come snack, ed inserisco tutto in Fatsecret. La cena la lascio un po’ alle esigenze di chi cucina, ma pian piano sto arrivando anche lì. Tutto molto bello, ma ho creato una nuova attività da eseguire in nome della mia salute. Ogni sera, dedico circa 30 minuti per la pianificazione e la preparazione dei miei pasti per il giorno seguente. Sono 210 minuti a settimana.

Tiriamo le somme: 22 ore e 25 minuti, più 30 minuti per Cronache di Tipo 1, più 210 minuti per pianificare e preparare i pasti. Il totale è di 26 ore e 25 minuti.

L’equivalente di un lavoro part-time, dove però le responsabilità sono tali per cui la mente non stacca mai, non perde mai di vista il focus, neanche quando dorme.

E’ possibile che se togliessi la corsa, almeno per quanto concerne la sfera agonistica, i social network e Cronache di Tipo 1, risparmiando ben 10 ore e 50 minuti (il 41% del tempo totale che dedico al diabete), la mia glicata resterebbe pressoché invariata, ma il fatto è che le varie attività non sono a tenuta stagna: l’una trascina l’altra, creando un effetto sinergico che si traduce in grinta, motivazione, determinazione e, cosa che non guasta mai, buon umore!

Molto spesso mi capita di leggere “io ho il diabete, ma non sono il diabete”. Il mio punto di vista, invece, è che io sia “ciò che il diabete di tipo 1 mi ha reso”.

Non credo esista un diabetico che, dopo l’esordio della malattia, non abbia minimamente cambiato abitudini, ed in ciò non c’è nulla di male, anzi, direi che è una reazione abbastanza logica ed assennata. E’ per questo che il rifiuto, il far finta di essere sani, ci fa così male!

Il rifiuto è la benevolence, ovvero la beneficienza verso noi stessi.

Per carità, è necessaria anche quella. Anzi, ragionandoci su, credo che l’unico modo per restare in equilibrio nella zona del self-love sia quello di sconfinare, di tanto in tanto, sia verso l’egoismo che, all’opposto, verso la beneficienza per noi stessi.

C’è il giorno dello sgarro, ed il giorno in cui io sono la cosa più importante del mondo.

Ed in mezzo, c’è ciò che il diabete di tipo 1 mi ha reso.

2 pensieri riguardo “Il diabete di tipo 1 tra egoismo ed amore per sé stessi”

  1. Assolutamente d’accordo.
    Sentir dire “io non sono la mia malattia” mi ha sempre fatto incazzare, specie quando suggeriscono a me di pensarlo.
    Una cosa è avere un’ottica che va oltre l’impatto della malattia sulla propria vita, un’altra è considerarla una cosa estranea, diversa e separata da sé.

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    1. Purtroppo la malattia è parte di noi, ed incide pesantemente sulle nostre scelte e sul nostro stile di vita! L’importante è reinventarsi e migliorarsi, nonostante tutto!

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