Novembre: il nostro mese!

Alcune riflessioni in occasione della Giornata Mondiale del Diabete

Molti lo odiano, eppure a me è sempre piaciuto!

Il mese di novembre è un mese che ha poco da raccontare. Fa notte presto e giorno tardi, inizia a fare freddo ma non è inverno, c’è nebbia, il Natale è ormai vicino ma sembra non arrivare mai, ed è il mese dei morti. Insomma, ognuno ha i suoi buoni motivi per non amare novembre.

Eppure di cose apprezzabili ne ha: il caminetto acceso (per chi, come me, ha la fortuna di averlo), il piacere di rientrare al caldo della propria casa la sera, il vino novello, le castagne, le zucche (che adoro in qualsiasi versione), i melograni.

Novembre è anche il mese del diabete, ed il 14 novembre è la Giornata mondiale del diabete. Essa è stata istituita nel 1991 dalla International Diabetes Foundations e dall’organizzazione Mondiale della Sanità, quando si sono accorti che i casi di diabete (di tipo 1 o 2 che fossero) erano in costante aumento nel Mondo.

Perché proprio il 14 novembre? Perché è il giorno in cui nacque Frederick Grant Banting che, assieme Charles Herbert Best, scoprì l’insulina nel 1921. Insomma, senza questi due tizi, non avreste mai potuto leggere questo articolo, ne’ tutti quelli che ho scritto fino ad oggi!

Infatti, benché siano trascorsi quasi 100 anni dalla scoperta dell’insulina, con tutti i progressi in ambito scientifico e tecnologico avvenuti in questo secolo, essa è ancora l’unica cosa che può tenere in vita un diabetico di tipo 1.

Oggi abbiamo i sensori, i microinfusori, il sistema loop e compagnia cantante, ma l’insulina resta l’unica vera conditio sine qua non.

Proprio perché siamo dentro il mese del diabete, noi di Cronache di tipo 1 vorremmo scrivere, per l’occasione, un articolo ciascuno a ruota libera, scrivendo ciò che ci passa per la testa, senza una scaletta predefinita. Ovviamente, sempre relazionandoci al diabete. Speriamo di non annoiarvi!

Scrivere del diabete di tipo 1

Qualche giorno fa, alla fine di ottobre, una riflessione mi ha attraversato la mente come una doccia fredda: “quest’anno non sarei assolutamente in grado di partecipare alla #happydiabeticchallenge!”. Di cosa sto parlando? Di questa challenge che prevede di pubblicare un post al giorno, per tutto il mese di novembre, su Instagram (e Facebook, se si vuole, ovviamente) parlando ogni giorno di un tema differente, in base ad una scaletta predefinita.

Non sarei in grado di partecipare perché ho meno tempo a disposizione, o forse credo di avere meno tempo, ma in realtà ciò che è diminuita è la considerazione che riservo ai social network. Non lo dico con spocchia, sto solo constatando il fatto che quando la vita reale ti regala soddisfazioni, private e professionali, può accadere di staccarsi un po’ dalla propria identità virtuale. Al contrario, con ciò non intendo dire che tutti coloro che seguono assiduamente i social network non abbiamo una vita che amano. Questo è solo il mio modo di gestire i miei impegni!

Non potrei partecipare alla challenge anche perché, ahimé, mi sento privo di contenuti interessanti da mettere nero su bianco. Spiego. Quando ho iniziato a scrivere della mia vita con il diabete, traboccavo di idee, concetti, frasi, citazioni e roba varia. Sentivo davvero la necessità di sputare fuori tutte quelle parole compresse nella mia mente e nei miei appunti. E così ho fatto, post dopo post. Mi è stato chiesto, con mio sommo piacere e grande sorpresa, di scrivere un articolo per la giornata mondiale del diabete 2019 per la rivista online http://www.robadadonne.it (qui trovate il link). Ho iniziato a scrivere in questo blog lo scorso gennaio, e questo che state leggendo è il mio nono articolo. Insomma, negli ultimi 2 anni mi sono dato da fare, ma oggi sono al punto che se devo scrivere qualcosa che io stesso non ritengo interessante, o utile a qualcuno, preferisco rinunciare. Non mi sembra sensato pubblicare per forza, o ripetere argomenti di cui altri hanno già parlato, anche meglio di me.

Ciò che preferisco è trattare temi inediti, oppure temi già noti, ma calati sulla mia esperienza diretta con il diabete di tipo 1, perché magari così facendo posso offrire un punto di vista diverso a chi legge ed affronta, come me, la malattia. La condivisione distribuisce la conoscenza e spero che, così come io imparo tantissimo dagli altri, allo stesso modo qualcuno possa trovare un po’ utili le mie parole. Se ciò che ho in mente di scrivere non rispetta questo requisito minimo, finisce direttamente nel cestino della mia mente!

Trovare l’equilibrio dinamico

Avete mai provato a restare in equilibrio sulla bicicletta da fermi? Impossibile. Per restare in equilibrio bisogna per forza pedalare ed andare avanti. Non facciamo l’errore di credere che l’equilibrio sia un concetto statico, perché quando ci adagiamo su questa idea, le cose lentamente ed impercettibilmente ci scivolano di mano, a causa di un fisiologico calo del nostro livello di attenzione, per noia o per troppa confidenza.

Sono un diabetico relativamente “giovane”, perché sono malato da poco più di 6 anni, eppure posso dire di averle provate quasi tutte, ad eccezione del microinfusore. Dal 2014 ad oggi ho avuto le seguenti combinazioni:

  • Levemir + capillare + palestra
  • Tresiba + capillare + palestra
  • Tresiba + Novorapid + capillare
  • Tresiba + Novorapid + Freestyle Libre
  • Tresiba + Novomix70 + Freestyle Libre + palestra + pubblicazione su social network
  • Tresiba + Novomix70 + Freestyle Libre + Palestra + corsa + pubblicazione su social network
  • Tresiba + Novomix70 + DexcomG6 + pubblicazione su social network (poca) + Cronache di tipo 1

Ho trattato il tema di quanto tempo dedichiamo al diabete nel mio ultimo articolo, che trovate qui.

Tutto fa parte della terapia, anche ciò che non viene prescritto o suggerito dal medico, ma ci dà forza e motivazione per affrontare quotidianamente il nostro male. Per questo ho inserito nella cronologia delle terapie anche lo sport e la scrittura.

Io ho sempre, costantemente, rilanciato. Ho alzato l’asticella, mi sono imposto di non rinunciare a nulla, ma anche di avere i valori nel range con l’obiettivo del 100% del tempo, costi quel che costi, insonnia compresa. E’ evidente che non sempre ci riesco, ma qualche buon risultato me lo porto a casa!

E’ fondamentale trovare un compromesso tra ciò che fa star bene il nostro cuore e ciò che è necessario fare e trovare, appunto, un equilibrio.

Il diabete di tipo 1: una malattia “asociale”

Collegandomi a quanto detto sopra, non si può decidere di ignorare il diabete, così come non si può decidere di rinunciare ad ogni piacere della vita pur di avere la glicemia perfetta (cosa che comunque non succederà…).

La cosa che più odio della mia malattia è che è ingombrante, invadente, pesante. E’ anche subdola, perché riesce ad essere tutto ciò senza neanche farsi vedere.

Il diabete colpisce davvero nel vivo, invalidando non solo fisicamente, ma anche emotivamente. Sì, perché cambia il nostro rapporto con il cibo e, più in generale, con il concetto di convivio. Per sempre.

Non esiste evento della vita umana che venga celebrato senza cibo. Compleanni, sacramenti, lauree, pensionamenti e persino funerali. Il bello sta proprio nel lasciarsi andare, scambiare due chiacchiere sorseggiando qualcosa da bere ed ingurgitando una quantità di cibo decisamente superiore a quella che si sarebbe mangiata a casa per un pasto “normale”.

Non solo, la nostra cultura vuole che uno dei parametri della virilità maschile sia proprio il volume di cibo ingerito per cui, soprattutto se si è uomini, non solo si è autorizzati a mangiare senza misura, ma in qualche modo gli altri si aspettano che ciò accada.

Poi si sa, ci sono anche le persone che mangiano poco. A queste sono riservati gli sguardi più brutti del banchetto!

Ecco, il diabete si colloca in questo contesto. Nei giorni di festa, in cui si dovrebbe staccare la mente e lasciarsi andare ai piaceri della tavola, lui ci ricorda quanto siamo diversi dagli altri. Ce lo ricorda lui, in collaborazione con tutte quelle persone che, senza la minima cattiveria, ovviamente, insistono per farci fare il bis di primo o di dolce, o magari di entrambi.

In quei giorni lì possiamo scegliere di restare ligi al dovere, o abbandonarci. Esiste anche una via di mezzo ma io, personalmente, non riesco a praticarla.

Se scegliamo di restare impassibili di fronte alla tavola, accontentandoci di quei 60gr di carboidrati che sappiamo di poter gestire, viviamo un disagio tale per cui siamo nervosi tutto il giorno. Proviamo un senso di ingiustizia così forte da portarci ad avercela con gli altri commensali, pur sapendo che se noi abbiamo il diabete non è certo colpa loro. Ne’ sarebbe ragionevole aspettarci che, per spirito di solidarietà, anche loro decidano di rinunciare a strafogarsi. Non credete?

Se, invece, decidiamo di abbandonarci, subito ci sentiamo appagati e felici perché, almeno in quel momento, non ci sentiamo diversi dagli altri. Ma poi? Arrivano le montagne russe, oppure il picco che poi diventa altopiano e sembra non scendere più. Il senso di colpa ci attanaglia e ci sentiamo dei cretini, perché forse non ne valeva la pena…

Resilienza, ragazzi. Resilienza!

Rendiamocene conto: noi non siamo come tutti gli altri. Noi abbiamo qualcosa in meno, che ci ha permesso di avere qualcosa in più. Noi siamo consapevoli, a tal punto da aver imparato a svolgere il lavoro del pancreas al posto suo.

C’è un supereroe, non tra i più noti (giusto, Manuel?), di nome Daredevil. Egli è cieco, ma riesce a sviluppare tutti gli altri sensi al punto da sopperire completamente alla cecità.

Devil è uno dei miei Marvel preferiti!

Un pensiero riguardo “Novembre: il nostro mese!”

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