Novembre: pensieri sparsi sulla vita col diabete di tipo 1

Prima del 1922 una diagnosi di diabete di tipo 1 equivaleva a una condanna a morte. Nonostante la malattia fosse conosciuta già nell’antica Grecia, dove fu descritta anche da Ippocrate, ci sono voluti secoli prima di scoprire una terapia. Successe nei primi decenni del Novecento, quando Banting e Best isolarono per la prima volta l’ormone insulina.

Siamo fortunati ad essere nati in un momento in cui abbiamo a disposizione sensori e microinfusori.
Certo, siamo sempre in attesa di una cura, ma cerchiamo di essere ottimisti: nessun diabetico è stato meglio prima di noi. Le tecnologie si stanno evolvendo sempre più velocemente e vengono utilizzate da sempre più persone. Sono più piccole, più comode, più intuitive e meno invasive: ci basta accendere lo schermo del nostro telefono per avere la glicemia in tempo reale.

Cronache di tipo uno è nato per condividere senza filtri cosa significa vivere col diabete di tipo 1. Senza vergogna ma senza abbandonarci a quel senso di vittimismo nel quale è così facile cadere. Con questo spirito vogliamo festeggiare Novembre insieme a voi, diabetici e non. Come se fossimo tutti intorno a un grande tavolo e stessimo parlando della nostra vita, di com’è cambiata negli ultimi mesi, di come cambierà prossimamente.

Vivere col diabete significa essere costantemente consapevoli di cosa ci sta succedendo. Dobbiamo imparare a capire se siamo in ipoglicemia, dobbiamo imparare a leggere i segnali che il nostro corpo ci manda. Non è semplice, non è immediato: è un percorso lungo, che però ci permette di conoscere noi stessi meglio di quanto non ci conoscessimo prima della diagnosi.

D’altra parte il nostro corpo può essere anche percepito come un nemico: si sta rivoltando contro di noi, non è più un nostro alleato ma qualcosa contro cui dobbiamo combattere ogni giorno.
Per questo il modo migliore per affrontare il diabete non è combatterlo, ma prenderlo come qualcosa che ci affiancherà per sempre. Qualcosa con cui dobbiamo imparare a convivere, giorno dopo giorno, che dobbiamo imparare a gestire.

Il diabete di tipo 1 è una malattia imprevedibile: la diagnosi spesso è inaspettata. Nel mio caso lo è stata, nonostante mio fratello più piccolo avesse il diabete da anni. In più, tantissimi fattori influenzano l’andamento delle glicemie: non solo ciò che mangiamo, ma anche e soprattutto come ci sentiamo. I nostri stati d’animo, lo stress, l’attività fisica. Tutte queste cose devono essere pianificate inizialmente, finché non entreranno a far parte della nostra quotidianità.

Scrivere di diabete di tipo 1

Scrivere significa pensare e ripensare. Mettere nero su bianco le contraddizioni che la nostra malattia comporta. Odiarla, e allo stesso tempo sapere che ci accompagnerà per sempre. Sperare in una cura, e allo stesso tempo realizzare che il diabete ci rende persone migliori. Più consapevoli, più abituate ad ascoltare le nostre esigenze, più coscienti di noi stesse.

Scrivere di diabete di tipo 1 significa prendere coscienza della malattia e farla nostra. Significa parlare con noi stessi, parlare con altri diabetici – non solo di tipo 1, informare persone che non sanno nulla di diabete. Tutti conoscono il diabete di tipo 2, o pensano di conoscerlo: è quello dei nonni, della metformina e delle pubblicità progresso. In pochissimi conoscono veramente il diabete di tipo 1: siamo noi e le persone che ci stanno attorno.

Crescere col diabete di tipo 1

Quest’anno sono maturata tanto nella gestione della mia malattia. Ho iniziato a usare il microinfusore e ho iniziato a non pensare al diabete.

O meglio, a non pensarci tutto il tempo.

Il microinfusore e il sensore mi permettono di vivere una vita normale, di cambiare i miei impegni all’ultimo momento, di non dovermi preoccupare di andare in ipoglicemia e di poter correggere glicemie alte premendo qualche tasto. Ho desiderato di riuscire a tornare alla mia vita imprevedibile per mesi prima di riuscirci.

Non avrei mai pensato ci sarei mai arrivata: quando usavo le penne, avevo ormai dato per scontato che il diabete sarebbe rimasto nella mia testa per sempre. Anche adesso ci penso spesso, ma con più leggerezza: forse questo è dovuto non solo al microinfusore, ma anche agli anni che passano.

A Gennaio saranno quattro, e non vedo l’ora di mangiare un’altra Sacher.

Prendersi cura di sé

Pensavo che prendermi cura di me stessa fosse solamente avere glicemie perfette. Per questo mi privavo di tanto, soprattutto durante il mio primo anno da diabetica.

Beh… in realtà, ho scoperto che prendermi cura di me stessa è molto più di questo. Significa ascoltare la mia saluta mentale, mangiare quando ho voglia senza spaventarmi di eventuali iper: si possono sempre correggere.

Significa guardare al quadro completo invece di focalizzarsi su un unico aspetto. Significa mettere il diabete da parte quando la vita chiama: accanto a noi. Ci accompagnerà per sempre, ma possiamo decidere di non viverlo come un intralcio.

Se avete letto l’articolo di Michele, ricordate la sua conclusione: noi non siamo come tutti gli altri. Abbiamo qualcosa in meno, che ci ha permesso di avere qualcosa in più. Possiamo decidere noi come giocare la nostra partita.

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